La banalità dell’incredibilità, ovvero la vita

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Certe storie meritano di essere raccontate; una di queste è quella che mi appresto a scrivervi e fa parte di quelle storie storie semplici ma incredibili
che non hanno lo scopo e la presunzione di insegnare nulla a nessuno, se non che non esiste nulla di così talmente incredibile e improbabile che non possa avvenire in questa nostra vita.

C’è però bisogno di un piccolo preambolo. Durante i mesi precedenti alla morte di mio padre, quando lo assistetti e accompagnai verso il suo destino per tutte le sue ultime notti su questa terra, durante quelle notti insonni piene di nulla e di tanti, troppi silenzi, i pensieri si addensavano fino a fare male e dovevo trovare il modo di smaltirli un po’.

Iniziai quindi a giocare a Poker con quelle applicazioni gratuite che giravano sui social. Mi piacque e pian piano passai al poker vero, dove si giocavano i soldi. Mi scoprii abbastanza bravo e volli coltivare questa passione.

Tornato a Barcellona, creai una lega di Poker e fu un successo: era ben fatta, molto organizzata e agonistica; insomma, era di buon livello. Conobbi tante persone, ma non rimasi in contatto con nessuna di loro.

Una di queste si chiamava Vladimir, un ragazzo ucraino. All’epoca della lega aveva 18 anni. Ricordo la prima volta che lo vidi: magro, rasato, con gli occhi sfuggenti e di poche, pochissime parole. Giocavamo a poker, era questo che ci univa, con lui e con tutti gli altri.

Pian piano però le cose cambiarono e i rapporti con qualcuno fu così con dei miei compagni di poker si evolvettero e in qualche caso nacque l’amicizia. Fu così con Vlad, appunto.
Scoprii che quel ragazzo taciturno, grande pokerista, era soltanto molto timido. Con me si aprì molto e io feci altrettanto con lui. Si sviluppò un’amicizia molto forte. Quando andai via da Barcellona però, tagliai i ponti con quasi tutti e lui fu uno di quelli. Passarono gli anni, gli eventi, le persone e la memoria relegò tutta quella storia in un angolo poco frequentato della mia mente.

Tutto questo mi porta al 14 gennaio scorso, il giorno dell’inaugurazione del Roma Club Genova. Dopo l’inaugurazione fui contattato dall’UTR (che è un’associazione che collega i Roma Club alla As. Roma) che offrì possibilità di inviare una delegazione per incontrare i giocatori. Pronti, via, andiamo a quindi a Milano ad incontrare i calciatori. Foto, tutti contenti, autografi qui e lì, e ripartenza alla volta di Genova.

L’autostrada A7 che collega Milano a Genova, il 20 gennaio alle 22.00, non è che sia il posto più frequentato del mondo, ve lo assicuro.
In verità c’eravamo solo noi su quella autostrada, e solo noi anche nel parcheggio dell’Autogrill di Pavia, dove ci siamo fermati per prendere un caffè e poi ripartire. Temperatura esterna: 1 grado centigrado.

Prima dell’entrata vengo avvicinato da un tizio. Aveva lo zaino classico dei viaggiatori, con una tenda attaccata e un paio di buste piene di cibo. Mi ha detto qualcosa, ma non l’ho nemmeno guardato in faccia, e gli ho risposto solo: “No, no”.

Però lui ha insistito e mi ha chiesto: “Hablas Espanol?”
Gli ho risposto di si, non capivo dove voleva arrivare.
“Si, tu lo hablas?”. Mi rispose di si.
“De donde eres?” gli chiedo. “Barcelona”, mi risponde.
“Vivì para 5 anos en Barcelona”. E lo guardo finalmente negli occhi.

Capelli arruffati, barba lunga, ma curata, una giacca troppo leggera per quel grado centigrado della campagna vicino Pavia. Mi sorride prepotentemente. “Jugavas a Poker?” In quel momento sono andato un po’ in tilt.

Ho sgranato gli occhi e l’ho guardato bene, ma vedevo ancora solo e soltanto un tizio che forse voleva scroccarmi dei soldi che non avevo. Non riuscivo a capire la domanda riguardo il poker.
Al chè gli chiesi: “Como te llamas?”

Ormai il suo sorriso era più grande della faccia che lo ospitava.
“Soy Vladimir!”
Mi rendo conto che così scritto non può trasmettere l’emozione che abbiamo provato.

Le possibilità che questo accadesse erano forse meno di quelle di vincere due lotterie di seguito.
Ora Vlad sta girando il mondo senza meta e senza soldi, in un progetto tutto suo che va contro a tutto, ma incontro a tutti, senza elemosinare nulla con la fierezza di un viaggiatore di altri tempi.
Io sono felice che questo giorno sarà ricordato da entrambi per sempre come uno dei giorni più incredibili della nostra vita, ovunque noi saremo, ovunque lui sarà.

Per sostenerlo vi consiglio di visitare il suo canale Youtube cliccando qui

Non vi chiederà mai soldi, ma solo di viaggiare con lui.

BUON VIAGGIO VLAD!

IO E VLAD

UNA PARTITA COME LE ALTRE

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Sono le otto, è già buio. Lo è già da un pezzo. Entra dentro quello spogliatoio pieno di armadietti dove invece c’è una luce bianca, accecante. Qualche decina di watt in più del necessario.

Il suo armadietto si tiene dentro, ben nascosta, la vita fuori da quel posto. Lì dentro ci sono le ore che uno lascia in sospeso nella propria vita, che toglie tempo ai passi che uno vorrebbe camminare su qualche altra strada.

Poi ci pensa su; ‘Ma quali vite?’ si chiede silenziosamente. ‘A tutte le vite che avrei voluto vivere’, borbotta a voce bassa. Grugnisce a quella risposta.

Lo sa che ne ha già vissute tante, forse troppe. Forse dovrebbe stare a casa ad ascoltarsi la partita in santa pace. Stasera c’è il Derby. Roma contro Lazio. Il Derby della Capitale.

L’aria è elettrica‘ e ridacchia tra sé e sé. Ha sempre odiato le frasi fatte, però è vero; a Roma quella partita di pallone, come l’ha sempre chiamata lui una partita di calcio, è sempre stata sentita in maniera speciale. Non è una partita come le altre. Coinvolge tutta la città, coinvolge anche chi di calcio proprio non gliene frega niente e trasforma l’elettricità che c’è nell’aria in tensione, in attesa che non finisce mai.

Lui, vecchia generazione, vecchie mani, vecchia schiena e un viso segnato da qualche solco di troppo come filari di vite ormai rinsecchiti che non daranno più quel buon vino di una volta. Lui ne ha visti tanti di Derby. Ha visto tante partite di pallone, dal vivo, solo dal vivo. Dice che non ne ha mai vista nessuna in televisione: o dal vivo, o alla radio.

Lo sa che non è vero, ma alla sua età qualche bugia se la può anche inventare e può pretendere che tutti gli altri ci credano. Ha un’età che si tiene per se. Ma se deve ancora lavorare è perché è obbligato a farlo, mica perché ha piacere. E non può andare allo stadio perché un biglietto costa troppo, tutto qui.

Guarda il suo armadietto. C’è una sciarpa in lana, grande e grossa, piena di rattoppi. Si toglie la divisa di lavoro, gli vengono i brividi ‘che fa freddo in quello spogliatoio, e si veste dei vestiti della sua vita vera, quella che aveva lasciato in sospeso una decina di ore prima.

Vestiti semplici, un po’ consunti, ma non fa nulla. Sono puliti, quello conta. Non ha voglia e denaro da sprecare per comprarsi un’altra divisa per la vita di tutti i giorni. Gli basta quella che ha.

Si veste. Guarda quella sciarpa.

È la sciarpa della sua vita, con i colori della sua vita. Giallo ocra, rosso pompeiano. Sono questi i colori che l’hanno sempre accompagnato per tutta la sua strada.

Esce, finalmente. C’è una città fuori. No, non è una città. È LA città che lo avvolge. Le otto e mezza. Un quarto d’ora. Si cerca una panchina dove ascoltare la partita in pace. Farà un po’ freddo, ma di tornare a casa proprio non ne ha voglia. Preferisce la solitudine caotica di quelle strade al silenzio ordinato di casa sua.

Alle fine del primo tempo attraverserà la strada e andrà a mangiare qualcosa nella rosticceria di fronte, così magari si scalderà anche un po’, anche se il caldo di ottobre lo consola.

La sua sciarpa è giallorosa ed ha più di cinquant’anni e si vede. È la sua sciarpa invernale, quella che indossa quando arrivano i primi freddi, che la portinaia che lo aiuta nelle faccende di casa, ora che è solo, gliel’ha rattoppata così tante volte ormai che della lana originale c’è rimasto poco o nulla.

Forse agli anni non sarà sopravvissuto tanto tessuto originale, ma dentro quella sciarpa ci sono tutti i suoi ricordi più belli. Gliela cucì a mano sua madre quando era ancora giovane, lavorandola ai ferri, bella pesante, quando entrambi erano giovani, quando andava a vedere le partite allo stadio, quando prima della partita, sulle gradinate dello Stadio Nazionale, si pranzava tutti insieme. Panini con la frittata, un po’ di cicoria. Qualcuno con una salsiccia spaccata a metà. Niente di che. Eppure c’era quel prato fatto di gradoni e cemento armato dove tutti si sentivano a casa, dove ogni domenica la scampagnata era in città, era su quegli spalti.

I colleghi di lavoro gli hanno regalato una radiolina moderna, con le cuffiette. Se le infila, seleziona la frequenza con dita incerte e tremolanti. Trova la frequenza giusta. Le squadre sono in campo.

Si infila i guanti e si sistema bene la sua sciarpa. Inizia la partita.

Si confonde con la città, con la panchina di quel parchetto ben illuminato. Si concentra sulla partita. Qualche azione sotto la curva Sud, altre sotto la curva Nord. Forse non sarà così facile come tutti credono.

È talmente concentrato che non si accorge che qualcuno lo sta chiamando.

Vede due scarpe che si fermano davanti a lui. Crede che sia qualche ladro. Il suo primo pensiero è ‘Ora m’ammazzano’. Alza gli occhi di scatto e sopra quelle scarpe c’è un ragazzino, avrà diciott’anni, forse venti. Le sue labbra si muovono, ma nelle orecchie c’è la partita ed è tutto quello che sente.

Guarda quel ragazzetto che gli fa segno di togliersi l’auricolare. Sembra aggressivo, o forse è solo giovane e tutti i giovani lo sembrano.

Si toglie un’auricolare. ‘Questo m’ammazza perché non ho una lira da dargli’.

Il giovane invece gli sorride.

“Maestro” esordisce il giovane. ‘Forse non vuole ammazzarmi’, pensa. “Maestro, mi perdoni se la disturbo. Ascolta la partita?” chiede il giovane. Lui strizza gli occhi. Non ha capito la domanda. Non capisce dove vuole arrivare. Che gli interessa a lui?

Però gli sorride. Anche il Diavolo sorride, pensa.

“Si, ascolto la partita” risponde.

“Che fa la Roma?” chiede il giovane.

“È iniziata da dieci minuti, ancora zero a zero”.

“Grazie, Maestro. Senta, io non voglio disturbarla, ma sa, torno adesso dal lavoro e sto andando a casa a vederla. Lei sta qui da solo, perché non mi fa compagnia e ce la vediamo insieme?”

‘Ecco’, pensa il vecchio. ‘Questo mi ammazza a casa sua, comodo comodo’.

Lo guarda poco convinto.

“No, Maestro, guardi, ha capito male” . Il giovane capisce l’equivoco e ci ride su, con una risata di quelle belle, fresche, una risata sinceramente sorpresa, ma rispettosa. “Maestro, io esco ora dal lavoro. Devo torna’ a casa vedermi la partita co’ mi’ padre e mi’ fratello che so’ laziali e capisce, so’ in minoranza. Me farebbe piacere almeno esse pari a numero de sciarpette” e gli sorride.

Al vecchio scappa una risatina nervosa. ‘Non ho mai visto un derby con un laziale, forse è meglio che m’ammazzano’. Guarda quel giovane che sta tirando fuori una sciarpetta come la sua, con gli stessi colori. “Vede?” gli dice il giovane mettendosela al collo.

“Mi scusi, ho pensato male” gli dà del lei.

“Ma ci mancherebbe, Maestro”. Gli allunga la mano, si presenta. “Piacere” risponde il vecchio, che si presenta pure lui.

Ma si, al massimo m’ammazzano. Magari è pure meglio’. Si guardano.

“Grazie, ma non vorrei disturbarla”

“Maestro, venga, ce la vediamo al caldo, mangiamo qualcosa, vinciamo e poi a mi’ padre e mi’ fratello li famo sta zitti” gli fa l’occhiolino.

Il vecchio lo guarda. Si alza a fatica dalla panchina. Il giovane non l’aiuta, ma per rispetto. Lui apprezza.

Prende uno di quei telefoni moderni, cincischia con le dita sullo schermo e all’improvviso c’è la partita nell’aria, tra di loro, mentre camminano nella notte romana, quella notte da derby così fredda e anomala.

Ancora zero a zero. Un centinaio di metri e si fermano davanti a un portone. Il giovane citofona. “Ma’, so’ io, apri”. Uno scatto e sono dentro l’androne. Due piani di ascensore e sono sul pianerottolo.

“Venga, venga, Maestro, entri” gli dice mentre si infila nella porta.

Il vecchio non è più sicuro di quello che sta facendo. Sente il giovane che urla dentro casa, mentre è nell’ingresso che si toglie la giacca pesante.

“A papà, ho portato i rinforzi, n’amico che ho incontrato qui sotto, se non te dispiace”.

Qualcuno risponde qualcosa da dentro casa.

“Ma’ prepara un piatto in più che c’avemo ospiti”. Una voce femminile risponde qualcosa.

‘E mica potranno ammazzarmi con una donna in casa’ continua a ripetersi il vecchio.

Il giovane si volta e guarda il vecchio ancora sull’uscio.

“Maestro, venga che entra il freddo, s’accomodi”.

Entra, titubante. Arriva ad accoglierlo una signora sorridente. Lo saluta. No no, nessun disturbo, anzi. Me scusi del disordine. Gli dice cose del genere. Due passi e sono davanti una porta chiusa. Il vecchio resta un po’ perplesso. Si apre la porta. Dentro c’è una nuvola di fumo.

Entrano in una sala dove due sciarpe bianco azzurre sono appese al collo di quelli che dovrebbero essere il padre e il fratello del giovane.

È imbarazzato, il vecchio. “Papà, ora semo pari, ho portato un amico romanista”.

Il genitore guarda il vecchio, anche lui resta un po’ perplesso. Poi però si alza, gli sorride, un bel sorriso di quelli grandi, caldi, dove gli occhi dicono più delle labbra. stringe la mano, lo stesso fa l’altro figlio.

“Benvenuto, s’accomodi pure” e lo fa accomodare su una poltrona. “Ai convenevoli pensiamo dopo”. Ancora un sorriso, per farlo sentire davvero il benvenuto.

Si siedono e la partita è ancora sullo zero a zero.

Al vecchio non era mai capitata una cosa del genere. Si sente a disagio ancora per qualche minuto, ma la TV passa un’azione pericolosa che cattura la sua attenzione. È quasi gol. Qualche urla, qualche imprecazione.

‘Non me vogliono ammazza’ ‘, si rassicura e si rilassa un po’.

Finisce il primo tempo, qualche chiacchiera formale. Però si capisce che quel vecchio non è un barbone. È un uomo solo. Non se senta in imbarazzo, faccia come se fosse a casa sua, e altre cose così. La madre del giovane porta due pietanze in piatti caldi. Il vecchio ringrazia, ma non deve disturbarsi, davvero.

Ma nessun disturbo. Mangi che il secondo tempo inizia presto e via dicendo.

Il vecchio e il figlio mangiano. Gli altri hanno già fatto prima della partita.

La tensione si scioglie. Inizia il secondo tempo.

‘Ma pensa te’ si dice il vecchio, tra sé e sé. ‘Se la racconto in giro non me crede nessuno’.

Continua la partita, tutti si rivolgono a lui con rispetto ma con affetto. Si rilassa, si sente a casa. Un’altra azione pericolosa, una palla in area, dentro, un colpo di testa e una delle due passa in vantaggio.

Ci sono urla, qualche salto, c’è da sfottere un po’ gli altri. Ma è una famiglia, quella, si sfottono, ma non nessuno se la prende. È il gioco delle parti.

Un altro gol, subito, e un altro ancora, nemmeno il tempo di fermarsi a pensare. Finisce due a uno. Chi ha vinto festeggia. Gli altri due sono silenziosi. Lo sanno che sarà difficile domani, per strada, al lavoro, a scuola. Lo sanno che qualcuno sarà cattivo, pesante, com’è poi la vita reale. Stasera però sono a casa, ci si sfotte, va bene così.

Il vecchio si alza dalla poltrona, un po’ a fatica, ma ce la fa.

“Grazie dell’ospitalità, davvero”. Ringrazia tutti, la madre, il padre e i due fratelli che sono tutti in piedi e lo guardano. Ma si figuri, ha fatto solo che piacere, è il benvenuto quando vuole e tutto il resto.

Al vecchio si inumidiscono un po’ gli occhi. Il giovane gli stringe la mano. “Maestro, grazie della compagnia”.

Lui ringrazia ancora, per la centesima volta e va via di fretta. Ma non perché abbia fretta, ma perché sono anni che non piange più e non vuole farlo davanti a loro.

Quel Derby se lo ricorderà per tutta la vita, per tutta quella che gli rimane da vivere.

Arriva in strada e si sistema bene la sciarpa intorno al collo. Fa qualche passo lento, come tutti i suoi passi, del resto, finché arriva sulla panchina dove si era incontrato con il giovane. Ci si siede un attimo. Non fa poi così freddo, anzi, la notte di quest’inizio d’autunno è quasi piacevole, accarezza l’anima.

Gli va di ascoltare un po’ di dopo partita, mentre ripensa a quello che è successo. Riaccende la radiolina, si mette le cuffiette e cerca una stazione radio. Nelle sue orecchie qualcuno parla di un rigore non dato, un altro di un fuorigioco che non c’era e via dicendo.

Quel tepore dell’ottobrata romana è davvero piacevole e nemmeno si rende conto di essersi assopito. Si risveglia di scatto, con il clacson di un bus di quartiere che gli rimbomba ancora nelle orecchie, più forte della radiocronaca.

La radio parla di auto nuove da comprare, di sconti incredibili da non poter farsi scappare e torna il collegamento. Si è infreddolito parecchio. Sarà pure un autunno caldo, ma a star fermi fa freddo, eccome se lo fa.

Si guarda intorno. Si è addormentato come fanno i vecchi, improvvisamente. Si stropiccia gli occhi. È tutto intero, nessuno lo ha aggredito, ha ancora il portafogli e quel vecchio telefonino che avrà dieci anni di vita.

Guarda la rosticceria dall’altro lato della strada. Gli è venuta fame. Si alza dalla panchina un po’ a fatica. Quella trovata geniale di stare fermo al freddo e all’umido per un’ora la sconta sulle sue articolazioni. Si sgranchisce le gambe e le braccia.

Mangerà qualcosa in rosticceria, qualcosa di economico, e poi se ne andrà a casa.

Attraversa la strada con cautela e si infila al caldo del locale.

Dalla radio intanto arriva una voce familiare di un radiocronista. Racconta quello che è successo, di come sta andando la partita.

Ordina due supplì. C’è qualcosa che gli gira in testa, come fosse un ricordo sfocato che non riesce a fare suo.

“Maestro” gli dice una voce. Lui si gira. Il rosticciere lo guarda. “Le porto qualcosa da bere?”

“Da bere no, grazie”

Si siede ad un tavolino unto e sporco. Gli portano il piatto con i due supplì. Inizia a mangiare, con molta calma. Ha bisogno di riscaldarsi un po’.

Maestro. Erano anni che nessuno lo chiamava più così. Sorride amaramente.

Alza il volume della radiocronaca. Sta iniziando il secondo tempo di una partita che non è come le altre, non lo sarà mai, anche se lui, come tutte le altre volte, l’ascolterà alla radio, solo con le sue cuffiette e i suoi ricordi.

Allenta un po’ la sua sciarpa di lana pesante, si guarda le mani che vanno verso il piatto e dopo un mezzo sbadiglio si dedica ai suoi supplì.

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Daniele Germani

il mio inchino va a Voi lettori

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Un anno fa veniva pubblicato ufficialmente il Manuale di fisica e buone maniere, il mio romanzo d’esordio.

Dopo 365 giorni di questo viaggio ci sarebbe molto da dire, ma vi risparmio tutte le considerzioni prettamente autoreferenziali.

Posso solo darvi qualche numero.

800 copie vendute, copia più, copia meno.
All’inizio mi era stato detto che un esordiente non avrebbe ventuto più di 150/200 copie ad andar bene. Qualora fosse arrivato a 300, avremmo potuto stappare lo spumante.

Quasi 50 recensioni positive, nessuna negativa, suddivise tra siti e blog e commenti dei lettori, sia sugli store online che sulla pagina dedicata al Manuale (se volete leggerle, potrete trovarle sul mio sito, www.danielegermani.com ).

Posizionamento ininterrotto sotto i 2000 in una classifica di riferimento di più facile accesso a tutti, quella di Amazon. Tanto per dire, oggi 1 novembre 2017 si trova in posizione 531.
Un risultato incredibile per un libro d’esordio.

Un premio letterario di rilievo nazionale vinto, il Premio San Salvo, conquistato nell’unica partecipazione del Manuale ad un concorso.

Ce ne sarebbero altri, di numeri, ma non sto qui a tediarvi.

Voglio solo ringraziare Voi lettori per aver amato il Manuale più di quanto avrei soltanto potuto immaginare.

Grazie,
il mio inchino va a Voi.

A presto con il mio nuovo romanzo Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri – Romanzo, se mai verrà pubblicato.

Un abbraccio a tutti
Daniele

Laura D’Angelo recensisce il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE

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QUI LA RECENSIONE ORIGINALE

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Laura D’Angelo, la giornalista che mi ha intervistato durante la premiazione del Premio San Salvo, recensisce il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE
Un libro che ha in copertina una formula matematica, una equazione che abbina lettere greche e segni e grafie scientifici. Non ci si aspetterebbe mai di stringere tra le mani una storia d’amore, un romanzo sull’amore e sulla vita, forse uno dei piú belli della nostra letteratura contemporanea.
Manuale di fisica e buone maniere è un libro gentile e allo stesso tempo lucidamente implacabile, un romanzo che abbina scienza e letteratura, per descrivere la drammaticità di una condizione umana bloccata nell’incapacità di vivere pienamente, o di vivere secondo la norma, secondo schemi, “leggi” e regole convenzionali, come i più fanno.
“É la storia di occasioni mancate” di un Lui e una Lei, accompagnati da un passato tragico, entrambi alla ricerca di una propria dimensione, o forse entrambi rassegnati ad andare incontro a se stessi e al proprio destino, nonostante i tentativi di determinare se stessi e la propria autenticità. Ecco che le leggi della fisica diventano sistema duale e speculare di interpretazione e di riferimento, una lente d’ingrandimento sotto la quale si riflettono e si definiscono i due protagonisti e la loro storia, come i pianeti e le orbite su una grande cartina del sistema solare, come i quanti in un sistema entropico e di riferimento, come su un moto rettilineo ed uniforme e le sue variazioni o sull’attrazione spazio-tempo.
Daniele Germani scrive un romanzo intenso, un romanzo permeato da una “scientificità” e da una poesia assolute.
Non è un caso che questa “dualità”, questa duplicità tra uomo e scienza, tra vita biologica e vita interiore, tra universo e io, tra leggi fisiche e moti del cuore si ripercuota in tutto il libro, nella strutturazione stessa dei capitoli ( correlati dalla numerazione tipica dei manuali scientifici e opportuna nomenclatura) e a cominciare fin dal titolo, lì dove un compendio normativo si abbina o antepone a un canovaccio di buone maniere, a un modus vivendi o leggi non scritte, che altro non sono che un tentativo per essere, o imparare a vivere.
E così, noi che pure siamo fatti di materia, ci sottraiamo al moto dei corpi perché influenzati da altre “leggi”, da forze invisibili e incomprensibili a cui non sappiamo opporci. “Il senso di colpa, l’odio, l’affetto, l’amore”, sono forze non osservabili, ma che regolano le nostre vite, che ci espongono alla vita e ci rendono vulnerabili, che ci mettono di fronte all’amore e soprattutto alla possibilità del dolore, e cercare di rinunciarvi equivale appunto ad una vita a metà, ad una “non-vita”.
Così come il gatto di Schrodinger e la scatola chiusa, a metà tra ”essere vivo” o “essere morto”, potenzialmente e apparentemente vivo o morto. Così come il cielo di Londra, senza stelle eppure pieno di stelle, o la cometa di Halley, che é visibile ogni 77 anni una sola volta per ognuno, ed é già passata, sotto un cielo di nuvole e carico di pioggia.
Ma così come le nostre vite sono influenzate da eventi incontrollabili, queste non sono determinate interamente da leggi ineludibili. C’é una possibilità di scelta, cui l’uomo non può sottrarsi, una minima possibilità.
 E qui arriviamo all’equazione di Dirac che descrive il fenomeno dell’entanglement quantistico, e che forse va oltre le azioni di ognuno e la vita stessa, la formula fisica dell’amore: “due particelle provenienti da uno stesso campo elettromagnetico, una volta liberate continuano a mantenere un legame tra di loro”. Ognuna continuerà ad influenzare l’altra anche se lontane e irraggiungibili, perché non saranno piú due sistemi distinti, ma ormai costituiranno un unico sistema.
Lui e lei, i protagonisti del libro di Germani, le cicatrici se le portano dentro. Ce l’hanno sulla pelle, l’una sulla mano e l’altro rappresentata da una gamba zoppicante, e ce l’hanno nella vita, in quella vita che è come un sistema entropico, in cui forse non bastano un manuale di fisica e uno di buone maniere, per vincere la solitudine ed essere davvero felici.
di Laura D’Angelo
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crediti foto: Antonino Vicoli

san salvo d angelo

Cos’è successo al Premio Artese – Città di San Salvo 2017, spiegato bene

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Vorrei fare una piccola premessa, prima di entrare nei dettagli.

Non sono mai stato bravo a scrivere ringraziamenti. Un po’ per colpa della mia memoria, che è davvero molto sconclusionata (per motivi che non vi sto a spiegare qui per non tediarvi) e che mi porta a dimenticare nomi, ruoli, importanza di causa ed effetto, e un po’, ma soprattutto, perché ho sempre preferito ringraziare di persona, anche scrivendo privatamente, laddove le persone da ringraziare fossero troppo distanti.

Sul Manuale di fisica e buone maniere, infatti, non ci sono prefazioni, ringraziamenti e neanche conclusioni. Questo anche perché ritengo che un libro, una storia scritta, debba essere solo una storia da leggere e non un trattato su amicizia o su crediti da elargire. Un libro deve avere un titolo, un inizio e una fine. Stop, senza essere “inquinato” (passatemi il termine) da personalismi dell’autore. Ma questa è un’altra storia.

Conclusa la premessa, passiamo ai fatti.

Il 26 agosto 2017 il Manuale ha ricevuto il prestigioso premio letterario RAFFAELE ARTESE – Città di San Salvo, piazzandosi secondo su oltre 100 titoli presentati. Volevo arrivare primo? Certo, come tutti. Mi è dispiaciuto arrivare secondo? Certo, come sarebbe capitato a tutti.

Eppure sento che questo piazzamento ha un significato davvero molto più profondo e notevole che va oltre la posizione finale.

Quando avevo solo in mente di scriverlo un libro, un libro qualsiasi, pensavo a chi aveva già pubblicato e provavo una certa invidia. Poi ho pubblicato anche io, non in autoproduzione, e sono stato soddisfatto, certamente. Eppure mancava qualcosa, perché non mi sentivo ancora un vero scrittore.

Mancava un riconoscimento ed è arrivato a San Salvo. Dal 26 agosto 2017 mi sento anche io uno scrittore vero, anche se il Manuale dovesse restare il primo e l’ultimo romanzo della mia produzione.

Ci sarebbe tanto altro da dire, ma vorrei soffermarmi sulle persone che ho incontrato. Voglio ricordare due persone in particolare. Una è Virginio Di Pierro, che mi ha accompagnato nei giorni precedenti alla premiazione. Una persona molto disponibile e davvero simpatica. Mi spiace davvero non poter vivere in qualsiasi posto vicino a San Salvo per avere il piacere di poterlo frequentare di più.

Poi Laura D’Angelo, che mi ha intervistato e che ha colto nel Manuale alcuni aspetti che neanche io ero riuscito a definire bene. Grazie Laura, quando sono disponibile vuoi per quella chiacchierata, prima di immergermi nella scrittura del secondo.

Vorrei ringraziare tante altre persone, partendo dagli organizzatori, vale a dire il Lions Club e l’Amministrazione Comunale di San Salvo, il presidente del Premio, Giovanni Artese, la giuria tecnica e quella popolare e chissà quanti ne ho dimenticati. Mi fermo quindi qui, ‘che poi diventerei noioso e ripetitivo.

L’ultimo ringraziamento che mi sento di fare è quello ai cittadini di San Salvo, che siano giurati, sindaci, presidenti o altro. Siamo stati nella cittadina abruzzese poche ore, essendo ripartiti a notte fonda per Genova, e ci avete fatto sentire come se ci conoscessimo da sempre, come se fossimo a casa, estremamente ben voluti. Ogni persona aveva per noi un sorriso e un pensiero gentile per la nostra piccola Nika e chiunque abbiamo incontrato si è prodigato per farci sentire a nostro agio. La sera, durante la cena, mi sentivo tra amici e vi assicuro che mi capita davvero di rado. Mi è dispiaciuto ripartire subito, davvero molto.

Concludo con un saluto ai miei colleghi di finale. Domenico e sua moglie Lucia, lui persona davvero alla mano ed emozionatissimo e lei che ha fatto innamorare nostra figlia, Pietro, occhi intensi e delle spalle grandi che ne hanno viste tante e che hanno contribuito a scrivere il romanzo vincente  e Matteo, personalità da vendere e una di quelle coincidenze davvero incredibili, e lui sa di cosa parlo.

Se mai passerete per Genova, sarà un piacere incontrarvi di nuovo.

Grazie a tutti, grazie di cuore per aver intrecciato le vostre vite con la mia, anche se è stato solo per qualche ora.

A presto,

Daniele Germani

foto finale artese

 

Il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE si piazza al secondo posto al premio Artese – San Salvo

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Il “Manuale di fisica e buone maniere” si è piazzato al secondo posto nel prestigioso premio letterario “Giovanni Artese – Città di San Salvo”.

Immensa soddisfazione per il piazzamento in uno dei concorsi letterari più importanti della scena letteraria italiana.

Al primo posto si è piazzato “L’Ammerikano” di Pietro De Sarlo, al terzo posto  Matteo Tripepi con “Imperfetti”. Premio della giuria popolare a Domenico Flocco per ‘Figli dimenticati’.

Questa la motivazione del premio

“Manuale di fisica e buone maniere” di Daniele Germani

“Una storia d’amore, un passato tragico, una formula matematica. Con una scrittura gentile e a tratti lucidamente implacabile, Germani descrive il rapporto intenso e travagliato tra due solitudini e il loro relazionarsi con se stesse e con la vita, con un binomio tra scienza e letteratura che è poesia dell’uomo di oggi e della modernità.”

Di seguito i riferimenti

COMUNICAZIONE SITO SAN SALVO

NOTIZIA ANSA 

Il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE tra i vincitori del Premio letterario Raffaele Artese – Città di San Salvo 2017

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**NOTIZIA IMPORTANTE**
 
Con immenso piacere e profondo orgoglio vi comunico che il Manuale di fisica e buone maniere è tra i vincitori della V Edizione del Premio San Salvo (premio Letterario Artese della Città di San Salvo), un premio letterario nazionale molto importante e ambito per autori esordienti.
 
Oggi mi è stata comunicata la presenza del Manuale nei primi 3 posti (quelli che si sono aggiudicati un premio) e il 26 agosto, durante la serata della premiazione, conosceremo anche la posizione finale.
 
Per me è un onore e il riconoscimento al lungo lavoro fatto da tutti, in primis dal mio agente Andrea Carnevale dell’ Agenzia Letteraria Edelweiss
 
Grazie a tutti voi che avete tifato per me!
 
Ora però tenete incrciate le dita ancora per qualche giorno, ‘che ne ho bisogno 😉
 
Un caro saluto
Daniele Germani
per maggiori info

Il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE in finale nella V ed. del Premio letterario Raffaele Artese – Città di San Salvo

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Il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE in finale al Premio letterario Raffaele Artese – Città di San Salvo.

Questo premio è diventato negli anni un punto di riferimento per gli autori esordienti. Al momento il Manuale è tra gli 8 finalisti su oltre 140 partecipanti. La prossima settimana avremo l’esito della votazione finale.

qui il link del comunicato ufficiale

Premio letterario Raffaele Artese – Città di San Salvo

Proclamati i finalisti della V Edizione

Venerdì 27 luglio, la Giuria tecnica del Premio letterario Raffaele Artese – Città di San Salvo ha reso noto l’elenco dei romanzieri esordienti finalisti della V Edizione (2017). Si tratta di:

  • Matteo TRIPEPI – “Imperfetti” – Giovane Holden Edizioni – Viareggio 2016;
  • Vanes FERLINI – “Royal Crux” – Golden Press – Genova 2016;
  • Domenico FLOCCO – “Figli dimenticati” – Nulla die Edizioni – Piazza Armerina 2017;
  • Daniele GERMANI – “Manuale di fisica e buone maniere” – David and Matthaus srl – Serrungarina 2016;
  • Pietro DE SARLO – “L’Ammerikano” – Europa Edizioni – Roma 2016;
  • Arturo BELLUARDO – “Minchia di mare” – Elliot Edizioni – Roma 2017;
  • Marco RINALDI – “Non voglio bene a nessuno” – Alter Ego Edizioni – Viterbo 2016;
  • Luca COLOMBO – Caccia al morto” – Graphofeel – Roma 2016.

La quinta edizione del Premio si è caratterizzata come la più ricca in termini di partecipazione sia degli scrittori che delle case editrici: 106 i primi, 39 le seconde. Inoltre ha confermato la vocazione nazionale del Premio (sono 17 le regioni italiane di residenza degli scrittori partecipanti) con l’aggiunta di un dato nuovo, inedito: la partecipazione di ben 4 scrittori residenti all’estero (Svizzera, Inghilterra e Germania) benché con opere edite sempre in lingua italiana.

Soddisfatto il Direttivo (formato da: Giovanni Artese, Christian Valentino, Antonio Cocozzella, Virginio Di Pierro, Silvana Marcucci, Gaetano De Vito, Silvia Daniele, Francesco Stanziani, Emilio Di Paolo), composto paritariamente da componenti del Lions Club San Salvo e del Comune di San Salvo, fondatori del Premio.

L’ultimo impegno della Giuria tecnica (Silvia Daniele, Silvana Marcucci, Marianna Della Penna, Francesca Torricella, Nicole Desiderio, Davide Carulli, Laura D’Angelo) sarà quello di scegliere i vincitori della V Edizione, entro il 6 agosto 2017, che saranno premiati la sera del 26 agosto, durante la cerimonia conclusiva che si terrà in piazza San Vitale.

Contemporaneamente lavorerà anche la Giuria popolare (composta da Marisa Fabrizio, Maria Petrella, Eraldo Migliavacca, Miranda Chinni, Gabriella Ciavatta, Maria Di Fabio Di Croce, Miranda Marcozzi, Carmelinda Lalli Marinelli, Alfonso Ucci, Roberta Antenucci, Federica D’Andreamatteo, Lorenzo Tana) che avrà a disposizione un proprio premio in totale autonomia dalle valutazioni della Giuria tecnica.

Libriamoci recensisce il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE

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Ci sono vari blog e siti che recensiscono libri, ma Libriamoci è molto particolare.
In primis recensisce solo libri in cartaceo e inoltre, cosa più importante, stronca senza molti giri di parole gli autori che non sono stati di loro gradimento.

Al Manuale di fisica e buone maniere sono state assegnate 4,5 stelle su 5 e questo è stato un immenso piacere, nonché un onore.

Vi lascio alla recensione completa.

“Un libro profondo, intenso, romantico ma non mieloso, una storia che cattura il lettore perché fonde due elementi nuovi e non convenzionali per un romanzo, amore e scienza.
La forza delle parole contenute in questo romanzo è perfettamente equilibrata rispetto alla narrazione scorrevole e ricca di spunti e riflessioni autentiche e mature, frutto di menti intelligenti e intellettuali”

Qui la recensione originale di Chiara di Libriamoci

Manuale di fisica e buone maniere
Daniele Germani

“Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema. Quello che accade a uno di loro continuare ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.

La chiamano l’equazione dell’amore e, in effetti, questo principio fisico è applicabile a quel sentimento che, volontariamente o non, ordina e gestisce le nostre vite, l’infinita ricerca che, insieme alla felicità, caratterizza le nostre giornate.

“ Manuale di fisica e buone maniere”  inizia con il raccontarci la storia di due bambini, lei circondata da una famiglia che è il suo “sistema solare” e da cui prende tutta la luce e le buone maniere che le vengono insegnate, e lui, incompreso e ostacolato dalla famiglia perché attratto da quella fisica che vuole capire, come l’esperimento fallito di Schrodinger, che coincide con l’inizio dei suoi studi e delle sue teorie, memorizzate e impresse su un quadernino rosso.

Ritroviamo questo ragazzo schivo e riservato in una Londra dove è fuggito lontano da tutti, dalla famiglia che l’ha sottovalutato, da una ragazza che forse, in una testa di calcoli e razionalità, aveva messo in moto un sentimento nuovo e incontrollabile, capace di spaventare e di portare lontano…fuggire!

Una Londra che è il luogo dove un incidente gli causa un’amnesia grave, dove non ricorda più nulla e nessuno e dove, essendo fuggito senza tenere contatti, nessuno lo cerca.

“Quella era la sua strada, ora. Si sentiva slegato da tutto e tutti.

A dire il vero non si sentiva legato nemmeno a se stesso. Non riusciva a capire se provasse amore per se stesso o odio. Niente. Buio completo. Gli vennero in mente ancora corpi celesti e la gravitazione intorno agli astri. Lui era come un pianeta senza stella. Non gravitava intorno a nulla. Gli uomini gravitano sempre intorno a qualcosa, come i soldi, l’amore, il successo, le altre persone. Non riescono a fare meglio di questo. Vivono un’esistenza apparentemente libera, ma, alla fine, c’è sempre un’orbita prestabilita alla quale sono costretti a fare riferimento. Gli venne in mente questo esempio come se fosse un ricordo camuffato e lontano.”

Ritroviamo lei, incapace di resistere alla fuga di quel ragazzo che, con i suoi silenzi e i gesti controllati, ha saputo schiodarla dai principi prefissati a causa del suo passato, la ritroviamo in viaggio alla ricerca di quel ragazzo che, sulle scale dell’università, ha saputo unire due menti, due scienze, la fisica e l’astronomia e, purtroppo, ha toccato corde inaspettate.

“Forse Einstein avrebbe potuto inserire anche l’affetto, i sentimenti, chissà, forse l’amore, tra l’energia, la massa e il quadrato dell’accelerazione e quindi, grazie a noi, riformulare il suo principio della relatività ristretta.”

Una ricerca di se stessi che passa attraverso l’altro, che annulla tempo e spazio e che non si arrende di fronte alla lontananza e alle difficoltà, che unisce scienza e sentimenti in una formula destinata a durare e a condizionare la vita di due persone che, per così poco tempo, hanno fatto dell’alchimia, la base di una teoria personale tutta da scoprire.

Quando la razionalità è messa in discussione dall’interiorità, quando i sentimenti comandano sulla ragione, quando un contatto è capace di far esplodere il controllo su se stessi, nulla è in grado di fermare la potenza creata dall’aura magica che si crea attorno a due “particelle umane”.

Dirac ci provò a livello scientifico, noi siamo la prova che scienza e amore coesistono al netto di formule, diagrammi ed enunciazioni.

Un libro profondo, intenso, romantico ma non mieloso, una storia che cattura il lettore perché fonde due elementi nuovi e non convenzionali per un romanzo, amore e scienza.

L’armonia creata da questi elementi e da una storia ben strutturata e carica di diversità, come la maturazione  dei pensieri, la loro elaborazione e lo sviluppo che condizionano l’evolversi della storia, la rende diversa e coinvolgente per l’unicità di ciò che ci trasmette e di ciò che resta al lettore.

La forza delle parole contenute in questo romanzo è perfettamente equilibrata rispetto  alla narrazione scorrevole e ricca di spunti e riflessioni autentiche e mature, frutto di menti intelligenti e intellettuali.

I personaggi si scoprono lentamente grazie al racconto di episodi passati e della narrazione che avviene come se fosse frutto del pensiero dei protagonisti che non hanno un nome, una provenienza certa e che riusciamo a posizionare nel tempo grazie a due piccoli ma grandi dettagli.

La prima parte è raccontata da “lui”, la seconda da “lei” e infine le due parti si mescolano per chiudere una storia che tiene incollati alle pagine.

Un libro consigliato a chiunque e per il quale non so trovare nulla che non sia perfettamente ordinato e gradevole, alla vista, alla curiosità e alla lettura.

Una storia per la mente e per il cuore adatta a chiunque voglia lasciarsi andare in un viaggio di teorie e formule che si sposano con amore e sentimento.

“Non dimenticare mai che, se saremo più veloci della luce, diventeremo invisibili ma eterni”

 

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Elisa Santucci recensisce il MANUALE DI FISICA E BUONE MANIERE per Expartibus.it

QUI LA RECENSIONE ORIGINALE

Di Elisa Santucci

In ‘Manuale di fisica e buone maniere’ ci sono lui e lei, volutamente senza nome. Solo lui e lei, due vite difficili con un passato duro da smaltire.
Si incontrano, si riconoscono, si perdono.

Ma come dice l’equazione di Dirac:

Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema.

Ed è questa l’essenza della loro storia.

Lei astronoma, lui appassionato di fisica che per non deludere la madre ha studiato giurisprudenza ma ha creato il suo personalissimo manuale di fisica, un quadernetto rosso con teorie a volte realistiche, a volte strampalate.

Si conoscono, si innamorano, forse, ma non riescono a darsi, la loro solitudine interiore è più forte di qualsiasi coinvolgimento.

Una storia a tratti dura, scritta sapientemente da un autore al suo primo romanzo. Una scrittura piacevole, con descrizioni quasi da film, tanto che si riescono a visualizzare i paesaggi e le situazioni narrate.

E, soprattutto, ti riesce a portare nell’anima tormentata di questi due giovani che avrebbero potuto essere felici se solo avessero osato vivere.

Se non ti troverò, potrò sempre raccontare alle mie menzogne appena nate che saremo ancora e per sempre due speranze mai smascherate, che potranno vivere ancora di illusione, carburante dei molti che si accontentano di sognare.

Eppure, chissà se mai ti troverò.

Ho paura di scoprire che non siamo altro che due mondi destinati ad orbitare lontani e contraddittori.

Nient’altro che due pianeti extrasolari, senza la loro stella di riferimento.

Due pietre che continueranno ad allontanarsi l’una dall’altra, trascinate dalla rassicurante certezza di dimenticarsi.

È un testo profondo e complesso che tratta, in particolare, l’aspetto psicologico di questi due ragazzi incapaci di vivere, se non da soli, il romanzo della scelta della solitudine, del non coraggio, dell’incapacità a non lasciarsi trasportare dalle onde.

In un linguaggio elegante e ricercato, intriso di termini e nozioni di fisica e di astronomia, senza però diventare né pesante, né nozionistico, l’autore ci accompagna, come in un viaggio, nella vita dei due protagonisti, alternandone la narrazione in prima persona.

Si legge velocemente e ti dispiace di essere arrivata all’ultima pagina.

Complimenti Daniele per questo splendido esordio.

 

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