INTERNO NOTTE – Comprate pure tutto quello che volete

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Potete comprare tutto quello che volete, se siete magari ricchi, o potete risparmiare per poter  comprare tutto quello che volete, se siete bravi e parsimoniosi.

Ma forse non vi resta altro che sognare di poterlo fare e quindi iniziate a sperare di vincere alla bella lotteria del cazzo, qualsiasi essa sia, per poter comprare tutto quello che volete.

Quante ripetizioni, già, quante e quanto è tutto così ridondante, eh? Eppure siamo sempre tutti pronti a sorbirci sempre le stesse cose e non ce ne crucciamo più di tanto. Sempre lo stesso identico libro, lo stesso cazzo di film ogni anno, la canzone con il solito bellissimo ritornello e no, non parlo del “cazzo di film di natale”, della canzoncina creata ad hoc e del ventiseiesimo romanzo dello stesso scrittore, stessi protagonisti, stessa trama, stesso successo. Io intendo il prodotto buono,  quello originale, che si chiama “d’autore”, sempre lo stesso, sempre che sorprende, sempre che “ohhhh”. Saranno cento anni che ci sbalordiscono ogni volta con il prodotto all’avanguardia, quello che sposta l’asticella dello stupore. Il libro con il titolo che lascia a bocca aperta, il nuovo taglio sulla tela o i soldati che sparano fiori nei loro fucili disegnati sul muro di qualche casa in Inghilterra.

Ogni anno, ogni giorno, ogni prodotto che “è un po’ più meglio dell’altro” ci stupisce, già. Ma cosa dovrebbe stupirci, in verità? Questa si chiama evoluzione derivata dalla noia, mica dalla voglia di creare qualcosa di migliore per chi sta lì ad aspettare.

Il mercato dello stupore quindi (e degli Autori con la A maiuscola, che siano scrittore, cinematografari, pittori o quello che vi pare) risponde al mercato vero e proprio, quello che una volta era baratto, poi quello “tira fuori i soldi e ballo quello che vuoi” e non quello astratto, inconsapevole e benigno che immaginiamo essere quello dell’arte.
Voi credete che io (per “io” leggi qualsiasi autore che crede di aver scritto il capolavoro dell’anno) scriva libri per migliorare il mondo, per rendere le menti più lucide, per tirare fuori chissà quale verità e illuminare chissà qualche anfratto del cazzo?

No, la verità è che i tuoi soldi e i miei soldi si mescolano all’ignoranza di chi crede che la cultura, l’arte, la sovrapposizione dei destini e gli impegni del quinto per le cazzate fatte da altre persone, siano nobili scoregge dell’animo da dover santificare, accudire, sperando che quando l’arcobaleno finsice, lì ci si trovi la salvezza dell’arte e dell’artista. Ma voi ci credete davvero? Alla fine non sono altro che elementi composti dalla stessa identica materia base che implica lo stesso identico procedimento industriale: la noia, la vera regina dello spettacolo, non genera profitti.

Beh, è così.

La prossima volta che andrete a balterare in giro che quel grande scrittore, quel fenomeno di regista o quell’altro genio di cantante ha scritto-cantato-diretto il capolavoro dei capolavori, ricordatelo che l’ha fatto solo per le scimmiette, che queste non si annoino e che gli portino un po’ di soldi.

tutto qui.

10 buoni motivi per non leggere COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI – Giuditta Legge

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A differenza delle altre recensioni,Giuditta Legge propone un punto di vista molto originale per invitare alla lettura, ovvero 10 buoni motivi per NON leggere.

Ecco a voi i 10 buoni motivi per NON leggere “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri”

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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1 Perché la diversità fa paura e ti mette spalle al muro, meglio non pensarci.

2. Perché 180 pagine di polvere e brutti pensieri potrebbero dare una scossa al tuo sistema nervoso.

3. Perché a volte ti fermi, ti assenti, ti distrai, ti incanti su una nota stonata,  e alla fine ti accorgi che quella nota stonata sei tu: un libro che ti dice questo può essere urticante.

4. Perché questa storia profuma di gelsomino e sei troppo assuefatto allo smog.

5. Perché uno dei personaggi è convinto che le Gymnopédies di Satiè siano state create per accompagnare quello che resta del giorno dopo la pioggia, e questo è un pensiero dolcemente malinconico.

6. Perché parla di manicomi, di pazzi e delle nevrosi della vita contemporanea.

7. Perché lo stile di uno scrittore emergente è imprevedibile, richiede concentrazione, è camminare con i piedi nudi su una spiaggia di ciottoli piuttosto che infilarsi nelle pantofole vecchie e comode di qualche autore di bestseller che scrive ormai a memoria.

8. Perché i personaggi non sono tanti però ci sono diversi colpi di scena e questa cosa può infastidire chi pensa che la lettura concili il sonno.

9. Perché il suo primo romanzo è andato bene e all’autore non vuoi dare la soddisfazione di sfondare con il secondo.

10. Perché una volta che hai eliminato tutta la polvere e tutti i tuoi brutti pensieri, poi che cosa ti resta?

Progetto Medea recensisce COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI

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qui la recensione originale

 

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Grazie a Erika Di Giulio per la bella recensione

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

copertina germani.aiQuesto è un romanzo che non si può raccontare. Lo puoi attraversare, passarci dentro e sentirlo piano, perché fa male. È la storia di una donna, di un uomo e di un pazzo. Senza nome. Il racconto della nostra vergogna e di tutto ciò che abbiamo preferito lasciare sul fondo, scomodo, complicato, eccessivo, emotivamente poco raccomandabile. La nota stonata di una melodia che stride e si incanta sul terreno accidentato di una gigantesca rimozioneE ci sono grida silenziose là sotto, parole di burro, denti stretti, membra offese, bolle di sapone nello stomaco, notti di ferro e acqua nella testa. E un olezzo invadente di morte e dolci ossessioni, portato dai gelsomini.

Il Pazzo è tutti e nessuno, ombra al litio di se stesso e caleidoscopica presenza-assenza, il buio alle otto di sera per vent’anni. A sciogliersi sul fondo di quelle vite che si rincorrono e che da sempre gli appartengono. E gliele vogliono portare via, razza di stolti per davvero. La donna è madre e moglie, in realtà avrebbe voluto solo suonare il pianoforte. L’uomo vive con il vizio di farsi domande, nel desiderio frustrato di comprendere ed essere compreso e nell’attesa biblica di un gesto mai arrivato. Nel frattempo gli si è marcito tutto lo spartito, o poco ci manca.

Germani mette in fila esistenze di reclusione al palo di una routine omicida che ha sterminato velleità, desideri e speranze, generando un mare di rimpianti. Anime sbagliate, sottovoce perché matte, matte perché sottovoce. Vittime sacrificali e catatoniche della società incivile e di un’istituzione totale che li ha condannati all’orrore e alla reclusione fisica, mentale, identitaria. Improvvisamente liberi in nome della legge Basaglia, infine abbandonati al proprio destino e dimenticati. Diversi, soli, malati, impulsivi, fragili, sentimentali, poveri, omosessuali. Non sono mai stati al mare, hanno avuto figli, mogli e mariti. Hanno comprato un’automobile, studiato chimica, progettato ordigni, interrotto gli studi, cucinato una catarsi (im)possibile, ululato alla notte che non ha portato consiglio. Sono morti, in un giorno d’inverno. Succede che quello che c’è dentro, là fuori nessuno lo vuole vedere. Ma chi sono allora i pazzi?

Isolamento, incomunicabilità, mancanza di empatia, alienazione. Ed ecco che il privato diventa sociale, il piccolo grande, il singolare collettivo. Ecco che i piani si confondono, e i volti sfilano e si danno il cambio senza soluzione di continuità e Germani li accompagna con tutto il rispetto, la precisione e la delicatezza di chi si è messo in ascolto e ha braccia grandi. Perché la polvere della follia non te la puoi levare di dosso, resta attaccata come una seconda pelle, tipo quella del cruscotto della macchina o quella invisibile della fabbrica che scarica sulla città, magari mentre dormi, così non te ne rendi conto. E va conservata, resta tutto ciò che hai.

Vorace nei dettagli e fatalmente sinestetico, questo romanzo mette a nudo un tragico turbamento, lavorando con l’accetta al disvelamento inesorabile e profondo di opinioni e codici, articolati in tutta la loro criticità e ridotti all’osso dell’inadeguatezza. Si spinge senza paura negli abissi della luccicanzasolleticando un colpevole imbarazzo, e ci lascia qui, a rifarci il senno, tremanti nelle nostre certezze, a riflettere su tutti quei pregiudizi di sanità e conformità che regolano i meccanismi relazionali, indotti, giudicanti e folli per davvero.

Erika Di Giulio

 

Titolo: Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Autore: Daniele Germani

Casa Editrice: Edizioni Spartaco, 2019

Pagine: 192

Intervista di Gianluca Garrapa a Daniele Germani per ilromanzo.it – Come Eliminare la Polvere e altri Brutti Pensieri

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QUI IL LINK ORIGNALE AL SITO SULROMANZO.IT 

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La follia è una nota fra le altre. “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” di Daniele Germani

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieriil nuovo romanzo di Daniele Germani pubblicato da Spartaco edizioni nel 2019, affronta il tema della legge Basaglia. Ambientato a ridosso degli anni Ottanta, negli anni in cui la legge Basaglia chiude i manicomi (1978), il romanzo intreccia le storie di alcuni personaggi, l’uomo, la donna, il pazzo, il vecchio, il professore, in una composizione ritmica originale e lirica nella descrizione di paesaggi e stati d’animo. Il finale è sorprendente e la tematica psichiatrica è trattata con competenza e senza mai cadere nella retorica.

«Soprattutto aveva una domanda ben chiara: come eliminare la polvere e altri brutti pensieri?» La domanda. La domanda è sempre domanda d’amore e di riconoscimento dell’altro, un demandare, e quel rumore bianco interiore che ci guasta la vita è sempre un mancato riconoscimento altrui, dalla famiglia fino al contorno sociale. Il suo romanzo insiste molto sulla capacità del desiderio di donare la risposta risolutiva, che spesso, come lei denuncia benissimo, è delegata all’unica soluzione sbrigativa, «quella chimica che mi tiene assoggettato alla realtà che mi avete costruito intorno», che annienta il desiderio.Perché ha desiderato scrivere questo romanzo?

Perché ho desiderato scrivere questo romanzo? Questa è la domanda regina, quella a cui nessuno può rispondere in tutta la chiarezza che merita, ma non perché si voglia mentire, bensì perché la verità e la fantasia nelle intenzioni di uno scrittore si confondono sempre, e così si confondono realtà e aspettative. Non posso dare una risposta precisa, ma credo che si inizi a scrivere perché si vuole comunicare qualcosa. Tutti vogliamo comunicare con gli altri e tutti lo facciamo nel miglior modo che riteniamo possibile e accessibile, soprattutto. Gli artisti lo possono fare con l’arte, appunto. Chi sa suonare lo fa con la musica, chi sa dipingere con il disegno e così via. Io so scrivere, almeno a quanto mi hanno detto in molti, e allora uso questo strumento per poter esprimere ciò che sento.

Ma io non voglio spiegare la vita a nessuno, con i miei testi non pretendo di modificare le convinzioni di nessuno. Questo romanzo è stato scritto perché mi piaceva il titolo. Sono partito dal titolo e da lì ci ho costruito sopra la storia per intero. Sembra strano a dirsi, ma è accaduto lo stesso anche con il primo romanzo, Manuale di fisica e buone maniere. Il titolo deve essere la luce che illumina la trama e che devo cercare di scovare tra quelle sette o otto parole che lo compongono.

Ovviamente avevo in testa una certa idea e il titolo stesso è nato dal messaggio che avevo in mente di voler mandare, ovvero parlare degli emarginati, di chi è e sarà sempre ultimo. Nel mio primo, il Manuale, parlo di penultimi, ora mi sembrava giusto parlare di chi non avrà mai la possibilità di guardare alla vita con speranza.

La questione Basaglia poi mi ha sempre interessato Già prima di pensare alla stesura, mi ero molto informato su questo momento storico così importante. Insomma, sono arrivato già preparato al momento in cui mi è venuto in mente quel titolo così particolare e poi ho dovuto soltanto metterci dentro la storia.

«L’odore di gelsomino è forte, prepotente, sembra occupare spazio e quasi come fumo denso invade aria e narici ed entra nei pensieri, li addolcisce, rendendo tutto più morbido, rilassante». Molto interessante è la reiterazione di questo giro di frase: ogni volta e in un senso particolare, ogni personaggio s’imbatte nella simbologia di questo fiore. Il gelsomino, e tutte le leggende di cui è protagonista, può esprimere innocenza, felicità, timidezza ma anche grazia e desiderio. Nel romanzo è un chiave che collega i personaggi, una funzione retorica: personaggi, si scoprirà, molto particolari. Come ha lavorato per renderli credibili e diversificati tra loro?

Il lavoro di diversificazione dei personaggi, almeno nel mio caso, avviene in maniera abbastanza naturale. Mi spiego meglio: quando si scrive ci sono varie tipologie di procedura. A volte è necessario definire i personaggi al meglio e nei dettagli fin dove è possibile, perché magari la trama è flessibile e i protagonisti sono il vero elemento portante della storia. Nel caso invece di Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri, la trama è stata pensata per tentare di veicolare un messaggio ben preciso che volevo comunicare e quindi aveva dei paletti decisamente fermi dai quali non potevo in alcun caso allontanarmi troppo.

Anche i personaggi erano definiti, ma non così tanto e ho potuto quindi giocare un po’ con le loro vite, le loro caratterizzazioni, con le varie storie verticali che ho reso funzionali alla trama stessa e non il contrario. È stato bello vivere con loro. Li ritengo tutti molto interessanti. Il personaggio al quale sono più legato è il medico che si incontra in pronto soccorso. Credo sia l’emblema del romanzo stesso. Un uomo intrappolato dai suoi errori in una stanza e dalle sue errate convinzioni di un mondo che ce l’ha con lui, mentre è esattamente vero il contrario. Purtroppo appare per poche pagine, ma prolungare la sua esistenza non sarebbe stato funzionale alla trama.

«Era un concerto di Georges Cziffra, che eseguiva quella che universalmente era riconosciuta come una delle composizioni più complesse mai scritte per pianoforte, la Toccata Opera 7 di Robert Schumann». Ho pensato di rileggere questo passaggio ascoltando Schumann. Il suo romanzo è costruito alternando le vicende di tre personaggi, l’uomo, la donna, il pazzo, e poi ci sono anche il vecchio e il professore. La musica non è solo presente materialmente, sotto forma di pianoforti o di citazioni musicali, ma anche nella metafora che associa il disagio mentale a una nota stonata. Poi dalla lettura dell’indice si evince una sorta di polifonia che alterna voci differenti in una sorta di fuga. Che rapporto esiste, secondo lei, tra la musica e la sua prosa?

Quella sulla musica è questione alla quale tengo molto. Durante la fase creativa e di composizione del testo, ascolto sempre musica, in particolare suonate di pianoforte. Non riesco a scrivere neanche una parola senza che un pianoforte che mi accompagni. Preferisco in assoluto Einaudi, ma anche altri autori come Satie, Bach, Beethoven etc.

Questo ascolto ininterrotto e senza soluzione di continuità per ore anche della stessa playlist mi porta a “inquinare” la scrittura con le note, le partiture e tutto quello che concerne il pianoforte. Anche nel mio primo romanzo il testo era profondamente influenzato dalla presenza della musica di Einaudi.

Questo sconfinamento ha delle ripercussioni ovvie sulla trama e sui protagonisti. Se non avessi questa necessità, probabilmente lei non si sarebbe mai avvicinata a quel negozio di musica e lui non avrebbe avuto la sua nota stonata. Insomma, è un dare-avere a tutti gli effetti, spero con effetti piacevoli per chi legge.

La follia è una nota fra le altre. “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” di Daniele Germani

«Basaglia ancora non aveva scoperchiato alcun vaso, il tavolo dove tutto era fermo da più di quarant’anni non era ancora stato rovesciato ed ebbe modo di assistere a quello che accadeva lì dentro». La sua scrittura è a tratti onirica, è un linguaggio parlato dal sintomo, dall’inconscio forcluso, ma anche storia di sofferenze e di umanità derelitta, accenti lirici, a volte, paesaggi che dicono la sofferenza. Eppure v’è il discorso preciso sulla legge Basaglia, e sulle meccaniche psichiche e farmacologiche sottese alla cura. Come nasce un romanzo quando deve rispettare la legge della scientificità, della storia e allo stesso tempo della finzione narrativa?

Questa è una domanda eccellente alla quale non credo possa esistere una risposta comune a tutti gli scrittori. Dico questo perché chi scrive di solito non ha alcuna competenza scientifica riguardo l’argomento che tratterà e per questo si affida a esperti del settore che, in prima stesura, controllano la validità e la bontà dello scritto. O è quello che dovrebbe accadere; almeno è questa la mia linea di condotta. Ho sottoposto il mio testo in fase di stesura a due esperti nel settore della chimica e degli esplosivi e a uno psichiatra che, dopo aver letto e consigliatemi le dovute correzioni, hanno dato il via libera al testo.

Quando si scrive una storia dove si sa già che si andrà a invadere campi dove non si ha esperienza, si deve sempre accettare il rischio che la trama non reggerà, che dovrà essere modificata perché magari i personaggi non possono fare quella cosa che porterà a un successivo step della storia, per questo bisogna studiare molto l’argomento prima di affrontarlo e scriverne.

«Siete sempre più soli e sarete sempre più isolati, dietro alle vostre strane tecnologie, alla musica sparata dentro le orecchie, imprigionata nella vostra disattenta concentrazione». Il romanzo racconta anche una società che da un certo punto in poi si è impantanata nell’individualismo più esasperante, vi si oppone la visione di un suo personaggio: «Chi fa arte la fa per tutti». Alla folle velocità dell’iperproduzione materialistica obietta la lentezza dei processi psichici, ancora di più quando vengono sedati, meccanismi soggettivi che cozzano con i tempi strettissimi della produzione commerciale: dunque velocità contro lentezza. La sua letteratura da che parte sta?

Devo dire che i miei personaggi, sia del primo sia di questo secondo romanzo, vivono in altre epoche, prendono treni e non aerei, anche se potrebbero, non usano i forni a microonde perché ne hanno timore, hanno paura della velocità delle automobili e si perdono in lunghe e lente passeggiate in parchi e periferie labirintiche.

I miei personaggi non sono autobiografici nelle azioni che intraprendono, ma lo sono sicuramente nelle loro sfumature, che cerco di rendere indispensabili all’economia della storia stessa.

L’iperproduzione materialistica c’è sempre stata ed è sempre stata rapportata all’epoca di riferimento, ma quando scrivo amo che i miei personaggi respirino, che si sentano liberi e sganciati dalla commercializzazione di qualsiasi oggetto e prodotto, anche fosse artistico, con il quale si trovano a contatto.

Vorrei precisare che questo processo non avviene a tavolino, o almeno non del tutto. Scrivo di alcune tipologie di persone e mi viene abbastanza naturale la loro caratterizzazione come ho scritto poco fa; la mia letteratura quindi sta dalla parte di chi ha un po’ paura di quello che gli può accadere affrontando la tecnologia dell’epoca in cui vive.

«Ricordatevi però che quel Pazzo aveva ragione: io sono Pazzo solo perché siete voi a voler essere sani». Lei è stato in grado di costruire un intreccio con un finale che sorprende, non solo per una questione di stile che garantisce la tenuta della storia, ma proprio per un aspetto filosofico molto indagato dagli scrittori: la differenza tra vero e falso, tra sogno e reale, e in questo caso tra follia e normalità. La grammatica mentale di uno scrittore ha delle differenze sostanziali rispetto a quella di chi non ama né leggere né scrivere?

Io non credo. Cerco di spiegarmi meglio. La grammatica mentale è un aspetto della fantasia che ognuno di noi, chi più e chi meno, possiede. Leggere e scrivere può accentuare o meno e allenare o atrofizzare la capacità di scrivere, ma è una capacità che si ha innata. C’è chi è portato per fare i conti a memoria, chi ha nella manualità la sua naturale predisposizione e via dicendo. Io non ho la benché minima manualità e se devo fare dei lavori in casa, posso allenarmi quanto voglio, ma cambiare una maniglia alla porta o stuccare un muro crepato per me resterà sempre un impegno quasi insormontabile.

Chi invece ha la capacità innata di scrivere, con la lettura e la scrittura può arrivare a perfezionare quest’aspetto, che dovrà essere però accompagnato dal talento. Uno scrittore scrive perché ha talento che con la fantasia crea un connubio perfetto. Quindi, per concludere, non è importante leggere o scrivere per essere uno scrittore, ma bisogna avere le capacità innate. Poi quali sono queste capacità, beh è difficile da stabilire. Chi ha una mente più analitica magari scriverà un thriller, chi invece è più romantico scriverà un romanzo d’amore.

Il leggere o lo scrivere sono l’acqua con la quale si innaffia il seme del talento. Io non so se questo talento sia grande o meno, solo il tempo lo dirà, ma posso dirti che da quando scrivo leggo molto meno e per due motivi. Ho molto poco tempo, tra il lavoro e la famiglia, avendo anche una bambina piccola, e soprattutto perché ho notato che sono troppo influenzato dagli scrittori che amo e questo aspetto credo limiti molto la naturale evoluzione della mia creatività.

Sotto la copertina recensisce Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

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Alcune recensioni sono tecniche, altre svogliate, certe recensioni rivelano troppo della storia e ce ne sono alcune confuse, che forse non parlano neanche del testo in questione.

Quella di Lucrezia di Sotto la copertina è invece un gioiello. Per “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” è la seconda recensione di altissimo livello. Lucrezia ha letto in tanti dettagli nascosti la vera natura del testo. Grazie Lucrezia

QUI LA RECENSIONE ORIGINALE

#JUSTREAD ✍️ – Recensione di “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” di Daniele Germani 🙍‍♂️🙍🤯

Sarà capitato anche a voi: a volte, nelle nostre letture si creano delle consonanze che rendono ogni libro l’anello di una sola catena. Di recente vi ho parlato de La notte dell’uccisione del maiale di Magda Szabó (Edizioni Anfora) come di una detective story in senso lato: indizi disseminati nel corso dell’intreccio che dipingono in triste quadro finale.

In Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri di Daniele Germani (Edizioni Spartaco) si verifica qualcosa di simile: storie che corrono su binari paralleli, dirette verso la stessa destinazione senza (apparentemente) incontrarsi mai. Seguiamo le vicende di tre protagonisti accomunati da un senso di sconfitta.

Si rese conto che le restituivano l’immagine che lei aveva di se stessa. Si chiese se anche gli altri si vedessero così deformi, così lontani dall’idea che avevano costruito di se stessi e della loro vita. Forse si contraevano ed espandevano a seconda della grandezza del loro fallimento.

Ringraziamo ancora la casa editrice per averci permesso di leggere questo romanzo!

C’è una donna, ormai non più nella prima giovinezza. A causa di una gravidanza inaspettata e indesiderata e delle pressioni di fidanzato e parenti, ha dovuto abbandonare l’idea di laurearsi e ormai da lungo tempo è imprigionata in una servile esistenza casalinga, circondata da una famiglia ingrata che a malapena fa caso a lei. Tra i suoi amori perduti, quello per la musica del pianoforte: uno dai tanti privilegi che ormai le vengono negati.

Per la donna, il pianoforte è la perfezione irraggiungibile, la bellezza assoluta di ciò che ha perduto e cerca disperatamente di recuperare. Il pianoforte è anche il simbolo di tutto ciò che è immortale e intoccato dalle sozzure della vita; per questa ragione, la polvere non riesce a sfiorarlo. © stigwaage

C’è un uomo, anche lui sposato, anche lui invischiato in un matrimonio senza amore; un uomo che non ha mai visto il mare, e nella cui testa c’è una nota stonata che lo sta facendo impazzire. Nella sua mente si affollano domande, giuste e sbagliate. Quella fondamentale?

Come faccio a eliminare la polvere e i brutti pensieri?

E poi c’è un pazzo. Che sia un uomo, piuttosto che una donna, non importa: ciò che conta è il male che lo affligge, un male nato e cresciuto in tanti anni di manicomio, di soprusi; fino a che la legge Basaglia del 1978 gli regala una libertà illusoria, che lui sceglie di vivere da prigioniero nello scantinato di un padre che odia e, a sentir lui, da cui è ampiamente ricambiato.

Uno scatto da uno dei molti manicomi (Mombello) del nostro Paese, ormai un cumulo di rovine. © marcog91

Tre vite che, nel silenzio di una grigia città priva di punti di riferimento, ticchettano silenziosamente come il timer di una bomba: ciascuna di esse, a modo suo, è arrivata al punto di rottura.

Per la donna è la possibilità di lavorare in un negozio di strumenti musicali, di poter di nuovo pigiare i tasti di un meraviglioso pianoforte intonso da polvere e da brutti pensieri; per l’uomo, è quella nota stonata che minaccia di rompere ogni sbarra della sua prigione, di fargli compiere azioni che deraglino dai suoi binari; e il pazzo… Beh, il pazzo è sul punto di compiere l’atto supremo, un atto che avvicina l’uomo a dio.

Personaggi che popolano uno stesso universo. Le stesse strade anonime, lo stesso negozio di strumenti musicali, la stessa scuola, o istituto. Ci sono consonanze, nelle loro esistenze, che ti fanno chiedere se l’uomo e la donna non siano in realtà marito e moglie; se il pazzo sia lo stesso che ha aggredito la consorte dell’uomo senza nome, lasciandole in eredità un perpetuo naso rotto. Eppure c’è una nota stonata, i pezzi del puzzle non combaciano mai abbastanza da formare un’immagine nitida… prima che essa ti esploda in faccia in un modo in cui non ti aspetti.

Non vi svelo altro della trama: vorrebbe dire andare contro le intenzioni dell’autore, contro il gusto investigativo del libro stesso. Un’indagine che non è confinata al lettore: i personaggi, l’uomo e la donna, si fanno domande (quelle capaci di distruggere muri e confini della loro psiche). A possedere le risposte sembra essere il pazzo.

Figura emarginata dalla società, se prima era separato da essa da alte mura di cemento e un oscuro oblio, una volta fuori rimane circondato da un invalicabile fortezza di imbarazzo e paura. La pazzia ieri si scontra con la pazzia oggi: quanto è cambiato e quanto è rimasto invariato nel corso degli anni, dopo una cesura così importante, almeno sulla carta, come la legge Basaglia?

Così Franco Basaglia: «Voce confusa con la miseria, l’indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall’internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell’invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire». © pelino

Legare i pazienti come lui gli aveva sempre fatto risparmiare parecchio tempo. Ora la legge lo impediva. A dire il vero lo aveva sempre vietato, ma negli ultimi anni alcune leggi garantivano ai pazzi o ai fuori di testa, alcolizzati e drogati che fossero, lo stesso trattamento sanitario riservato agli altri, e lui si era dovuto adeguare. […] Fece rapidamente il contro di quante persone aveva spedito in manicomio nei suoi trent’anni di carriera solo perché avevano mostrato gli stessi sintomi di questo tizio. Ora non poteva più. Ora doveva curarle.

Scese per un sottopasso. Imboccò quel corridoio lungo e buio dove, nascoste alla vista degli abitanti della città, vivevano le creature scartate dal mondo civile. Senzatetto, qualche matto, eroinomani e spacciatori se ne stavano rintanati il più possibile e da sopra nessuno li avrebbe costretti a trasformarsi in cittadini. L’accordo sembrava funzionare.

I matti restano matti, anche fuori dai manicomi: per molti, la chiusura delle istituzioni ha significato semplicemente passare da uno stato di abbandono e abuso (raccontato nei suoi dettagli più crudi) a un altro.

All’improvviso eravamo liberi. Già. Ma liberi da cosa? Noi avevamo solo bisogno di non dormire nella nostra merda, di avere qualche medicina agli orari giusti, di non venire picchiati per qualsiasi cosa. Non avevamo bisogno di essere liberi. Avevamo bisogno di essere curati. Loro dicono liberi, ma io dico abbandonati. Chi è stato fortunato come me è tornato a casa, perché io una casa ce l’ho. Altri sono rimasti in strada. Alcuni non avevano nessuno, altri ce l’avevano ma non sarebbero andati a prenderli.

Soprattutto, esiste un caleidoscopio della pazzia: ce n’è indotta da soprusi e libertà negate. E una percepita dagli occhi degli altri.

Forse questo non vi è chiaro, i matti sono matti quando sono fuori, quando sono in giro, quando sono a contatto con voi che siete normali.

Se questo libro parla di pazzia e di cura (nelle sue sfumature più oscure: per esempio cura cercata per liberare la società da un peso inutile o sfruttata come mezzo per guadagnarsi gratitudine, notorietà e prestigio) parla anche di noi, dei cosiddetti “normali”.

Lo psichiatra, neurologo e docente Franco Basaglia, promotore della riforma psichiatrica nel nostro Paese e ispiratore della Legge 180 del 1978, che decretò la chiusura dei manicomi.

I normali non sono altro che coloro che non escono dalla linea tratteggiata dal buonsenso comune. Eppure, in un modo o nell’altro, più o meno apertamente, non finiamo tutti per debordare da quei contorni, anche solamente nella solitudine del nostro animo?

Fuori la gente sana pensava che in fin dei conti ce l’eravamo cercata a non nascere uguali a loro.

E quando accade, quante volte anche solo l’istinto di rompere regole spesso automposte diventa un segreto che ci pulsa dentro finché non esplode o soffoca lì dove è nato?

Era arrivato il momento di cercare un pazzo che un tempo aveva preso a pugni sua moglie e capire se anche lui avesse sentito quelle note tutte stonate prima di iniziare a malmenare la gente per strada. Doveva capire se anche lui si sarebbe presto trasformato in qualcosa che fino a qualche tempo prima era semplicemente della polvere da mettere sotto un tappeto della società moderna, da rinchiudere in un manicomio, anche ora che i manicomi non esistevano più. Era ora di andarsi a guardare allo specchio.

La pazzia è allora quell’universo che sta al dilà dello specchio in cui il normale si riflette ma non osa guardarsi. Ed il timore del diverso è uno dei temi portanti della narrazione. La paura che si prova per chi ostenta, volente o nolente, la propria alterità non è altro che l’estrema conseguenza delle barriere che ci separano dagli altri, più o meno sconosciuti. Non è vero che ci trascuriamo a vicenda solo perché il tempo scorre veloce e ne abbiamo poco da dedicare a chi ci sta attorno; a volte, ignorare è una scelta.

Camminando rapidamente per quel corridoio buio, abbassò lo sguardo e cercò di concentrarsi soltanto sulla luce in fondo, stando attenta a non calpestare siringhe e marciume. Soprattutto stette attenta a non incrociare lo sguardo di nessuno.

Il dolore altrui fa paura; e fa paura il pensiero di essere osservati, di essere sorpresi a mostrare un’emozione, salvo scoprire che non c’è nessuno a guardare perché nessuno vuole vedere. E questo è accaduto tanto ai margini della società, nei manicomi come nei campi di concentramento (il parallelismo è evidente), quanto per strada o al supermercato, o persino tra le mura domestiche.

Ti viene da piangere , è un attimo, ma ti rifiuti, perché non puoi farlo in mezzo alla gente, non puoi piangere mentre hai il mondo intorno che ti guarda, anche se poi in verità non ti guarda nessuno.

Croma di Herbert Baglione: uno dei murales del noto street artist brasiliano, in via delle Conce a Roma. © Claudia Gaiotto

Non c’è vicinanza, tra i personaggi di Germani. Le famiglie sembrano conglomerati finiti insieme per caso, nuclei funamboli su reti sfilacciate di convenzioni sociali e mancanza di alternative. Le famiglie sono anche quelle che ti spediscono in manicomio per non dividersi un’eredità. I padri picchiano i figli, i figli non rispettano i genitori che invece li amano.

I sentimenti invecchiano e muoiono rapidamente, e restano le conseguenze, sentenze da scontare col sorriso sulle labbra. Non ci si comprende, perché si pensa di farlo già; e si pensa di farlo già perché ci si rifiuta di guardare davvero. E si parla sottovoce, come in manicomio, perché esprimersi è un crimine che si paga caro. Con l’incomprensione e la solitudine e, in casi estremi, con la violenza e l’abuso, in ognuna delle loro molteplici forme.

Pensi di aver contato per qualcuno, per uno spruzzo di vita in una notte di speranze, quando credevi ancora alla nobiltà del gesto, quando credevi che il futuro fosse un evento prevedibile da poter modellare a tuo piacimento.

C’è una quarta presenza che permea tutto il libro, in una forma o in un’altra, in ogni capitolo. Una presenza che si adagia addosso e si attacca, si respira e si beve, si posa a terra o danza nell’aria: la polvere. Una creatura che ha quasi vita propria, una persecutrice. Che cosa sia questa polvere è la domanda fondamentale a cui si cerca di dare una risposta. Ed è possibile eliminarla?

Non vi dirò che cos’è la polvere, dovrete scoprirlo leggendo. Se vorrete farlo. Anche perché solo leggendo, potrete capirlo. Ma posso darvi uno spiraglio su quell’ultima questione, che è anche la prima: è possibile eliminarla?

Non dalla vita di tutti i giorni, o così pare. Solo il pianoforte, nel libro, è intonso, tanto che ci si può specchiare sulla superficie nera. Infinito come il cullare delle onde, o il momento di un’esplosione.

Che cosa sia la polvere del titolo, che riempie la vita dei tre protagonisti, è la domanda fondamentale del romanzo. © stoplessgomore

E se non si può eliminare, con la polvere ci si adatta a conviverci, ognuno a modo suo. Il sano e il malato, il reale e l’immaginario ci fanno i conti; ci si adatta, in modi più o meno ortodossi, più o meno benaccetti dalla morale comune. In questo senso, obietta il libro, anche la malattia è un meccanismo di adattamento; curare per forza, curare in maniera ortodossa, allora, vuol dire togliere all’individuo la sua unica arma di difesa contro il mondo.

Un’argomentazione controversa, con cui si può essere più o meno d’accordo. E la domanda potrebbe non essere quella giusta: quel “come” potrebbe dover diventare un “se”.

Tiriamo le fila, dunque: che cos’è Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri?

Un libro che parla alle nostre paure e alla nostra vergogna, paura e vergogna che non sono solo emozioni innate ma anche comportamenti acquisiti. Un libro che sfida la percezione comune di buono o cattivo e di giusto o sbagliato, con una prosa che oscilla paurosamente tra l’alto e il basso (a volte troppo), così come sentimenti e fatti descritti. Una miccia per far esplodere delle domande in testa, quelle che spesso non vogliamo farci.

Un libro che va letto con attenzione, per cogliere i dettagli, lì dove si nasconde il diavolo, come si dice. E felicemente consigliato.

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Rock in Read recensisce Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

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RECENSIONE ORIGINALE QUI

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Come Eliminare La Polvere E Altri Brutti Pensieri è un romanzo articolato, come sviluppato su più livelli e molto molto affascinante.

Il 13 maggio 1978 la legge n.180, la Legge Basaglia, in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, fu la prima e unica legge che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio.

Una svolta epocale, quando finalmente e definitivamente mutò l’approccio alla “diversità”.

In Come Eliminare La Polvere E Altri Brutti Pensieri uno dei protagonisti vive parte della sua vita, mentale e relazionale, all’interno di un manicomio.

Un luogo di totale isolamento, nonostante la quantità di gente che ci sta al suo interno, un luogo di incomprensione, chiusura, solitudine e altri mondi.

I mondi della mente, i mondi che ci si costruisce per darsi dei perché…

Molte sono le minuziose descrizioni delle condizioni disumane in cui erano tenuti e mantenuti dentro le gelide mura. Come venivano trattati, e non trattati era qualcosa di desolante, che non poteva certo portare, e non era quello l’obiettivo, a nessun tipo di miglioramento clinico.

Come Eliminare La Polvere E Altri Brutti Pensieri se vuoi lo compri QUI

Ma altri sono i personaggi di questo romanzo sul “senno”.

“Una donna, un uomo, un pazzo. Lei ha un rimpianto, aver lasciato il pianoforte e la musica per dedicarsi al marito e ai figli. Lui è ossessionato da una nota stonata, che gli risuona nella testa e non gli dà pace. Il folle sta preparando una bomba, per annientare il padre che non l’ha mai accettato.”

Tutti e tre i protagonisti hanno delle vite che non gli si addicono, sono pieni di dubbi, rimpianti, soprattutto hanno tutti la certezza che quella che stanno vivendo non sia la loro vita, quella che volevano.

Neanche lontanamente… e questo li logora voracemente.

Ma i “malati di mente”, i pazzi, esattamente chi sono? In cosa sono diversi dalle persone “normali”?

Questo libro è diretto, mai eccessivo, e solleva in noi delle domande.

Mi è parso come una buona tisana calda in un pomeriggio d’inverno, la sorseggi lentamente, senza fretta, intanto ti fai domande, e il solo ragionare ti fa star meglio.

COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI – SPARTACO – 2019

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Intervista radiofonica con Gianluca Garrapa di PuntoRadio – Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

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Nel corso del programma radiofonico Radioquestasera, in streaming su PuntoRadioFM, ho avuto il piacere di chiacchierare con Gianluca Garrapa del mio secondo romanzo “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” e di altre cose molto interessanti.

Buon ascolto,

Daniele

La Lettrice Controcorrente recensisce Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

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QUI LA RECENSIONE ORIGINALE

– Malinconia – 

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri di Daniele Germani (Spartaco) è un libro che mi ha stupito, crudo a tratti, ma morbido e commovente quando serve,  racconta una realtà che fortunatamente non ho mai sperimentato.

Si potrebbe dire che una delle grandi protagoniste del romanzo è la pazzia,  ma io ci terrei a dire che forse, lo è anche l’atteggiamento della società nei confronti delle persone ritenute diverse.

Ci sono tre personaggi, l’uomo, la donna e il Pazzo. Non è stato subito chiaro cosa legasse queste persone, ci ho messo un po’ a capirlo perché all’inizio mi sono decisamente concentrata sull’ultimo: il Pazzo. Ad interessarmi soprattutto è tutto il contorno: sono i primi anni Ottanta e la Legge Basaglia è già entrata in vigore: i manicomi vanno chiusi e le persone abbandonate al proprio destino.  La vita all’interno dell’istituto, istituto in cui venivano rinchiusi davvero pazienti con malattie mentali serie, e altri solo perché diversi, omosessuali, rinnegati, non è per niente facile. La violenza è all’ordine del giorno. Chi mangia con la camicia di forza addosso, chi viene punito con la testa nel secchio (e da quel secchio non riemergerà mai), chi è costretto a sentire le urla, chi le botte… lo scenario è quello da film dell’orrore. Quando cominciano i lavori nella casa di cura si accende una speranza: i pavimenti finalmente puliti, le pareti ritinteggiate, la luce che irradia i corridoi  lucidi e silenziosi. Ma quell’ illusione di umanità si trasforma presto in una condizione di abbandono che ci stringe il cuore:

Forse non ci stavano mandando via, forse avevano capito che avevamo solo bisogno di tranquillità, di serenità, di non prendere bastonate per ogni cosa, di non avere la testa immersa in secchi di acqua gelida e soprattutto di non morire senza motivo. … Non avevamo bisogno di essere liberi. Avevamo bisogno di essere curati. Loro dicono liberi, ma oggi io dico abbandonati.

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri - Daniele Germani - Edizioni SpartacoChi aveva la fortuna di avere una famiglia alle spalle è tornato a casa, e io non saprei dire se è stato un bene o un male. Chi invece non aveva nessuno… beh, si è ritrovato in mezzo a una strada, abbandonato appunto. Questo non è un romanzo, queste sono scene realmente avvenute e Germani ci restituisce le sensazioni, le paure delle persone che si sono ritrovate a vivere in una condizione simile: prima maltrattate poi dimenticate.

Qui il linguaggio è crudo, le immagini sono forti: siamo nella testa di un pazzo (davvero lo chiamiamo ancora così?) e niente viene filtrato.  Ma… quando siamo immersi in questo scenario, tra urla di pazienti, pillole che cadono e vengono inghiottite insieme allo sporco, il tintinnio delle sbarre, i lividi sulla pelle… abbandoniamo tutto e seguiamo i frammenti di vita degli altri due personaggi, così diversi dal Pazzo, così eternamente legati lui.

Sono due personaggi pieni di rimpianti , sono tutti venati di malinconia. Hanno qualcosa da rimpiangere: la donna sogna di tornare a suonare, l’uomo si pente di assomigliare così tanto ai suoi vestiti: grigi e spenti.  Ed è così che gradualmente abbandoniamo il clima di terrore della casa di cura e pensiamo irrimediabilmente alle nostre vite, per dirla con l’autore “C’è ancora tanto da scrivere”, anche e soprattutto per noi.

Il Pazzo non vuole dire addio ai propri granelli di polvere, sono l’unica cosa reale della sua vita. Sono i suoi compagni di viaggio, il suo porto sicuro… la sua malattia. Qui reale e immaginario si fondono, si mescolano, si confondono fino a non farci più capire cosa sia reale e cosa no.

Ho scoperto che il tempo si piega nei ricordi e non nelle ferite che la vita ti ha inflitto. Quelle restano, si trasformano, diventano alibi e verità manomesse dalle circostanze. Le mie, di circostanze, erano le più vere bugie che mi fossi mai detto, le menzogne più reali che nessuno mi avrebbe mai e poi mai potuto contestare.

Sono queste le parole di un ragazzo rimasto rinchiuso per vent’anni in un manicomio, mal curato (e forse non curato abbastanza) che rivendica la propria identità, che passa necessariamente da emozioni e sensazioni provate fino ad arrivare a quel rovesciamento della prospettiva che rischia di sconvolgerci perché mina le nostre certezze:

Cos’è il vero? Come fate a essere certi che il reale sia quello che state vivendo? Voi ora, adesso? Chi può assicurarvelo? Come fanno a essere false certe emozioni che ho provato?

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri è…

Un libro ricchissimo. E’ una denuncia, la vita all’interno di alcune di quelle case dell’orrore rispecchia la realtà.  Un orrore che si riflette nei comportamenti di una società giudicante e disinteressata nei confronti del diverso. E’ un libro malinconico, perché vorremmo abbracciare questi personaggi schiacciati dal peso dei ricordi e incapaci, all’apparenza, di trovare una nuova via.  Ci sono tante cose in questo libro che ci riguardano. Non importa quanto distante sembri da noi la storia, in realtà parla con noi, di noi. E io alla domanda del Pazzo non so rispondere, perché la sua verità dovrebbe valere meno della mia?  E se lui avesse vissuto mille vite ricche di emozioni, avrebbe vissuto meglio di chi si è accontentato? Meglio di chi narcotizzato ha percorso lo stesso tracciato ogni giorno della sua esistenza? Ecco… se, se, se e ancora se.

Consigliato per chi ha voglia di una lettura tagliente, sfaccettata, profonda. Mettetevi in gioco perché Come eliminare la polvere e altri pensieri è un viaggio che vale la pena intraprendere, lasciando un po’ di certezze a casa.

 

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Ylenia Del Giudice di Parte del Discorso recensisce Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

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Qui la RECENSIONE ORIGINALE

“Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri: la nota stonata.

A pensarci bene sarebbe stato il caso di inserire un titolo decisamente più valido e sensuale, ma WordPress ha le sue piccole pecche e così devo trovare un punto di incontro tra la mia nota stonata e la sua. Sono le sette di mercoledì mattina; avrei dovuto scrivere questa recensione già la settimana scorsa. Il lavoro, le crisi di panico, quel maledetto senso di essere sempre una nota stonata. Ho scelto il libro giusto, anche questa volta.

Ho conosciuto Daniele Germani– autore di Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri – per caso: evento su Facebook, libreria San Graal; lui che organizza un evento per permettere alla libraia di ordinare un numero di copie giuste. Ho visto la copertina, ho letto il titolo, l’ho ordinato. Come sempre, non avevo idea nemmeno di cosa si stesse parlando.

Edizioni Spartaco, della quale vi avevo parlato la settimana scorsa, è una di quelle case editrici che propone testi fuori dalla norma. Questo è stato uno dei motivi per cui poi mi sono lanciata e ho voluto rischiare. Ho iniziato Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri questa estate, su una coperta dal gusto vintage di mia nonna, in una casa che poteva far da sfondo a La casa nella prateria. Odore di erba bagnata al mattino, insetti – vespe, soprattutto – che ti fanno perdere, come si suol dire, dieci anni di vita, un tramonto da star male. Quella sensazione che ti prende lo stomaco le prime righe ma ti abbandona poco dopo, lasciandoti pensare che quel che tieni tra le mani è solo un altro romanzo con frasi comuni. Però prosegui, perché non può essere così. Poi, superato qualche capitolo, ti senti tirato giù: hai rincorso il White Rabbit di Carroll e, come Alice, sei caduta nella buca. Nessuno ti ha spinto.

Una trama impossibile

Una delle pagine del libro Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri, di Daniele Germani, edito da Edizioni Spartaco

Quando parlo di “trama impossibile” parlo di una trama che non può essere raccontata ad altri, perché si rischia di svelare, di lasciare troppi indizi in superficie che non vi porteranno a fare una scelta in nessuna delle due direzioni. È una trama del come dire, non del cosa.

LeiLuiIl Pazzo. Tre figure le cui storie si intrecciano senza mai saperlo davvero. Ognuno di loro è a conoscenza dell’esistenza degli altri due solo per dei piccoli dettagli conservati nei propri ricordi. Tutti e tre, comunque, sono uniti da un fondamentale dettaglio: sussurrano, si sentono una “nota stonata”.

Uno sfondo interessante

Ho letto molti libri su matti, manicomi e dottori altrettanto pazzi e tutti quanti sono ambientati durante la permanenza in manicomio (prima di Basaglia) o subito dopo, quando i matti erano in strada, liberi dal litio. Quella zona grigia a cavallo fra l’interruzione delle cure forzata dalla legge e la libertà non mi era ancora capitata prima di leggere Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri. Questo sfondo è quello che vi accompagnerà nei primi capitoli, quelli in cui vi perderete e metterete a dura prova il vostro interesse. Io ho scelto di proseguire e ne sono stata davvero felice. L’ambientazione perfetta per porsi domande.

All’improvviso eravamo liberi. Già. Ma liberi da cosa? Noi avevamo solo bisogno di non dormire nella nostra merda, di avere qualche medicina agli orari giusti, di non venire picchiati per qualsiasi cosa. Non avevamo bisogno di essere liberi. Avevamo bisogno di essere curati. Loro dicono liberi, ma oggi io dico abbandonati.

Abbandono, libertà, qualunque cosa sia “altro” rispetto a quel punto di vista. Pazzia, disagio mentale o solo un buon motivo per fuggire?

La salvezza del bello, l’erotismo e la ferita

Una delle pagine del libro Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri, di Daniele Germani, edito da Edizioni Spartaco

Può sembrare strano tirare in ballo un saggio sull’estetica, eppure ci sono delle riflessioni interessanti da fare. Byung-Chul Han, nell’esprimersi sul concetto di pornografia ed erotismo, afferma che «la distrazione trasforma la pornografia in una fotografia erotica».

Questo, essenzialmente, è ciò che accade con Daniele Germani: egli riesce, come la strega di Hansel e Gretel, farci entrare nella casa di dolci che sembra questo romanzo. Ma non c’è nessun dolcetto: senti il ferro battuto della ringhiera stretta con troppa forza fra le mani, il dente che morde il labbro; senti quel ritorno alla realtà come uno schiaffo improvviso, mentre sei perso in un tunnel di dettagli che sembrano superflui alla storia e invece sono fondamentali per l’immersione. È per questo che la storia di Daniele Germani è erotica: il lettore viene distratto fino alla fine e non di una distrazione superficiale, sia chiaro. Sempre nel saggio di Han leggiamo: «Pornografico è anche un romanzo di facile lettura che tende a uno svelamento definitivo, a una verità finale […]. L’erotismo fa a meno della verità: è un’apparenza, un fenomeno del velo».


Non è quel tipo di libro in cui il lettore si immedesima e si riconosce. Il lettore resta turbato, ha bisogno di un paio di giorni per dare valore al testo, senza consentire alle proprie aspettative di prevalere in ogni singola virgola.


Successivamente, sulla seduzione, Han afferma che essa «gioca sull’intuizione di ciò che nell’altro resta eternamente segreto a lui stesso, su ciò che non saprò mai di lui e che tuttavia mi attira sotto il marchio del segreto». Nel gioco della seduzione, dunque, è insito un «pathos della distanza, un pathos del velamento». Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri è quindi, giunti a questo punto, un romanzo erotico e seducente.

Probabilmente è sconveniente parlare di un libro citandone un altro ma, per esprimere al meglio quel che penso, devo necessariamente inserire un briciolo di parole di altri, soprattutto quando si tratta di riflessioni di questo genere. È ancora il filosofo sudcoreano a venirmi incontro: «A differenza dello shock il punctum non urla: ama invece il silenzio e custodisce il segreto. Nonostante il suo silenzio si manifesti come ferita. Quando cadono tutti i significati, le intenzioni, le opinioni, le classificazioni, i giudizi, le messe in scena, le pose, i gesti, le codificazioni, le informazioni, allora il punctum si manifesta come resto silenzioso, cantante, che provoca turbamento. Il punctum è il resto che resiste restando alle spalle della rappresentazione, l’immediato che si sottrae alla mediazione di senso e significato; è il corporeo, materiale, affettivo e inconscio, dunque reale che è antitetico al simbolico».

La nota stonata: il risultato finale

 

Daniele Germani non riesce a definirsi un vero e proprio scrittore. Non vive di questo; scrivere non è il suo mestiere. Eppure, nonostante la sua visione pessimista (nella quale del resto mi rispecchio), è in grado senza dubbio di emergere tra tutti i testi che vivono negli scaffali. Questa polvere di cui parla penetra nei pori della pelle: non ti senti colpevole, non ti senti addolorato né felice. Non è quel tipo di libro in cui il lettore si immedesima e si riconosce. Il lettore resta turbato, ha bisogno di un paio di giorni per dare valore al testo, senza consentire alle proprie aspettative di prevalere in ogni singola virgola.

Daniele mi chiese come avevo preso il finale, se alla fine il libro mi era piaciuto davvero e non solo per dargli una nota positiva. Lui cercava la nota stonata, invece, quel che non andava. Voleva la conferma di essere fallibile, come tutti. Sarà sicuramente così, in qualcosa fallirà sicuramente come tutti. Non in questo racconto, però; non quando la neve che si deposita sui pensieri dell’uomo si trasforma nella polvere bianca che seppellirà alcuni dei pensieri della donna e che si ritroverà nella bocca del Pazzo, poco prima della fine.

Voglio concludere con un piccolo estratto del capitolo Verso il buio, ancora.

Siete sempre più soli e sarete sempre più isolati, dietro alle vostre strane tecnologie, alla musica sparata dentro le orecchie, imprigionata nella vostra disattenta concentrazione. Perché? Chi scrive musica, chi scrive un libro o dipinge un quadro non l’ha fatto solo per voi, per tenere tutto chiuso nel vostro egoismo. Chi fa arte la fa per tutti.

Si torna dove si è stati bene, si dice. Così fanno questi tre personaggi, nonostante si percepisca sempre un senso di inadeguatezza. Un viaggio nel regno dei lillipuziani dove voi siete Gulliver. O, forse, solo un uomo in un mondo sbagliato.”

 

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