Roberto Scarcella de “IL SECOLO XIX” recensisce COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI

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polvere recensione secolo 7 01 2020 CON HEADER

 

Il secondo libro di Daniele Germani, genovese d’adozione

COME (NON) ELIMINARE I BRUTTI PENSIERI.  UN ROMANZO SUI CONFINI DELLA FOLLIA UMANA

È un romanzo, ma sembra un concentrato di sedute dallo psicologo, perché ti costringe a chiederti chi sei e dov’è il confine tra follia e normalità. Dove lo metti tu, dove lo mettono gli altri e se e quanto coincidono. E una risposta già c’è: quasi mai. A essere ottimisti.

Chissà se Daniele Germani, con il suo “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” (Spartaco Edizioni, 12 euro, 182 pagine), ha preso in prestito la formula di Nick Hornby di “Come diventare buoni”: un libro che nel titolo ha la parola “Come” fa vendere di più perché la gente ama sentirsi dire come fare una cosa, qualsiasi cosa.

Il controsenso è che Germani ha scritto un romanzo che non ha la struttura classica di un romanzo e non ha nemmeno l’ambizione e la supponenza di dirci come fare qualcosa, qualsiasi cosa. È piuttosto un flusso di domande e pensieri dei protagonisti che ti costringono a fare la stessa cosa, a entrare nel libro, ma ancor più spesso a uscirne, riflettere su quel che si legge e – ancor più strano – quel che non si legge.

Sono i nostri pensieri, le nostre domande. Perché i percorsi dei personaggi principali costringe a fare i conti con se stessi, non fosse altro per come vengono presentati, un uomo, una donna, un Pazzo, con quell’articolo determinativo che lascia tutte le strade aperte. Chi di noi almeno una volta non ha pensato di essere o diventare pazzo?

Un personaggio, il Pazzo, che vive a cavallo della Legge Basaglia, facendoci vedere la vita di un uomo finito dentro un manicomio e poi allo stesso modo risputato fuori, un personaggio che non mette filtri tra sé e il lettore, dandogli del tu e permettendo a Germani di indossare la maschera adatta, che gli permette di dire verità e sgradevolezze che in bocca ad altri personaggi creerebbero un immediato distacco.

Ad esempio: “In vent’anni ne ho conosciuti tanti che erano stati messi dentro da qualcuno della propria famiglia, perché la torta lasciata da spartire sarebbe stata troppo piccola se divisa in troppi”, oppure “Io non so che fine abbiano fatto tutti quelli che sono usciti da lì, so solo che non tutto va sempre come deve andare, che non tutti siamo speciali e che qualcuno deve pur pagare il conto”.

Ci sono poi le fissazioni: una nota stonata, un pugno sul naso, l’odore di gelsomino, una sonata di Schumann. D’altronde chi non ha da qualche parte, in superficie o nel profondo, la sua goccia d’acqua che gli batte nel cranio, che lo tormenta, che lo accompagna? Chi non ce l’ha alzi la mano.

Roberto Scarcella – Il Secolo XIX

© riproduzione vietata

CrunchEd recensisce COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI

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Si parla ancora di Morsi e, come per MangiaLibri (—> http://t.ly/xmY09 ), su CrunchEd Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri – Romanzo conquista il massimo dei voti, con ben 5 morsi.
 
Anche CrunchEd non si fa problemi a stroncare grandi autori, qualora fosse necessario, quindi questo apprezzamento è decisamente importante.
 
Grazie a Elisa Marchegiani per la bella recensione.

QUI LA RECENSIONE ORIGINALE

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Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri | Daniele Germani

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Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri.

Qual è il confine fra realtà e follia? Cosa o chi ci definisce Pazzi, Folli o Normali?
Queste e davvero molte altre domande affollano i miei pensieri da quando ho finito di leggere “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” edito da Spartaco Edizioni.

Daniele Germani ci fa viaggiare dentro la mente umana attraverso i movimenti di tre personaggi in un periodo storico importante: la legge Basaglia e la chiusura dei manicomi. E lo fa abilmente.
Conosciamo il prima: la vita nell’Istituto, i trattamenti ricevuti, l’omologazione e l’indifferenza.
Immaginiamo e viviamo anche il dopo, attraverso le parole di uno dei pazzi al suo interno.

“Loro dicono liberi, ma oggi io dico abbandonati. Chi è stato fortunato come me è tornato a casa, perché io una cosa ce l’ho. Altri sono rimasti per strada. Alcuni non avevano nessuno, altri ce l’avevano ma non sarebbero andati a prenderli. Altri ancora, quelli proprio gravi, quelli che avevano sempre preso botte, che avevano la testa nel secchio un giorno sì e l’altro pure, li trasferirono in qualche posto, migliore, dicevano.”

Ma il libro non è solo racconto introspettivo/di moto, angosciante/di conferma, triste/di stasi; c’è molto di più e lo scopriamo viaggiando dentro la sua testa, attraverso delle costanti, tutti i matti ne hanno no?

Il primo punto fermo è un odore prepotente. Quello di gelsomino.

“Il profumo sembra occupare spazio e, quasi come fumo denso, invade aria e narici, penetra nei pensieri, li addolcisce, rendendo tutto più morbido, rilassante.”

Ci sono delle note stonate circondate da domande. Ci sono domande più importanti delle risposte e delle risposte definitive per la ricerca della “normalità” o la fuga da essa.

“C’è questa nota stonata che si ripete ogni tanto, è quasi ritmica, prende e leva. Sembra un jazz suonato male da diventare quasi logico, quasi buono…
Improvvisamente tutte le altre note diventano fuori partitura, cadono in un unico fragore…ti manca il respiro e pensi che sia un attacco di panico, ma non lo è, no, è solo un rigurgito acido di consapevolezza…Provaci, a voce alta, chieditelo: «come faccio a eliminare la polvere e i brutti pensieri?» Bravo.”

C’è la musica. Ci sono i protagonisti senza nome ma con delle definizioni: il pazzo, la donna, l’uomo, il professore, il vecchio.
Ci sono molte storie che si racchiudono in una e una storia che ne raccoglie molte.
Sì, perché questo non è solo un romanzo ma un percorso attraverso gli occhi, le sensazioni e soprattutto i sogni di chi di vite ne ha vissute molte e magari per noi sembra non averne vissuta alcuna.

È tanto facile e coinvolgente leggere questo libro quanto difficile parlarne, senza svelare trama e rovinare tutto e un po’ mi spiace.
Un libro forte, diretto, non banale. Pieno di spunti di riflessione e frasi che avrei voglia di salvare e condividere al posto di scrivere questa recensione.

Perché nella follia non ci ritroviamo forse tutti? Non abbiamo tutti delle note stonate che ci fanno fermare, ricapitolare, perdere?

Chi  è il pazzo e chi è il normale in una società come la nostra, ancora piena di stereotipi, dogmi, egocentrismi e deliri di onnipotenza? In una società fugace, disattenta? Chi davvero sa come vivere e seguire i propri istinti, correre a vedere il mare, ricominciare a suonare il pianoforte o rincorrere un vecchio amore?

 “No, non siete speciali, perché voi vivete una vita sola ed è facile sbagliare strada e perdersi, soprattutto se si è soli. lo ne ho vissute tante, invece, ed erano tutte vere ed erano affollate di persone che amavo.  Forse sono solo polvere e brutti pensieri, si, ma almeno è una polvere che vale la pena di essere vissuta e sono brutti pensieri che meritano di essere accuditi.”

Il mio consiglio è di leggere questo libro e cercare quel pizzico di follia che avete dentro, coccolarlo e assecondare quei piccoli granelli di polvere che avete in testa e che vi rendono speciali.
Se non altro per scoprire se è vero, come scrive Daniele Germani, che gli altri sono Pazzi solo perché siamo noi a voler essere sani; per darci la possibilità di avere un altro inizio, un’altra meta, potersi perdere ancora, e di nuovo.

MangiaLibri recensisce COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI

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Mangialibri è un blog un po’ particolare, ovvero uno di quelli che legge davvero tutto (tutto e tutto dall’inizio alla fine, a differenza di certi altri blog 😉 ) e quando c’è da stroncare una storia lo fa senza problemi e senza guardare in faccia nessuno.
Sono molto coerenti anche per quanto riguarda il Self. Se un autore auto prodotto merita, non esitano a dare il massimo dei voti.
 
Sono quindi onorato di aver avuto il massimo dei loro “morsi” sia per il primo (Manuale di fisica e buone maniere) che per il secondo “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri”. 
 
Ero davvero in tensione sapendo che sarebbe arrivata la loro recensione e aver scoperto che anche “Polvere” ha avuto il massimo, è stata una grande soddisfazione e liberazione.
 
Grazie ad Annarita Celentano e alla sua recensione lusinghiera.
 

QUI LA RECENSIONE ORIGINALE

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COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Inizio anni Ottanta. Un Pazzo parla piano, sottovoce. Le sue parole sono flebili come pensieri, eppure s’accumulano determinate, come polvere. Un Pazzo, fuori dal “suo” manicomio ormai chiuso, lontano dalle percosse, dai secchi d’acqua in cui lasciarsi affogare, chi è?

Un uomo come tanti, ossessionato da una maledetta nota stonata. Una donna che ha dovuto scegliere, che non ha potuto essere tutto quello che sognava, perché, forse, non aveva abbastanza forza per volerlo davvero. Un Pazzo che, un giorno, al mercato comincia a darle di santa ragione. Un uomo stufo della sua vita, del suo lavoro. Una donna che anela disperatamente a una rinascita. Un’armonia ormai perduta da tempo, vite tutte da riaccordare, mentre le singole note, orfane, stentano ancora a legarsi e a far musica, quella vera…

Daniele Germani, che dopo Manuale di fisica e buone maniere torna a sorprenderci, fa i conti con il delicato tema della pazzia, partendo proprio dal periodo in cui la legge Basaglia chiuse le porte dei manicomi. Il Pazzo è uno, nessuno e centomila. È tante voci – che non sanno comunicare tra loro –, tanti sussurri in uno.

Tante storie vere ai suoi occhi. Tanti vissuti che si sovrappongono, come cerchi concentrici in uno stagno dopo il lancio d’un sasso. Quei granelli di polvere che danzano nella sua testa, creando ombre, sono la sua vita, il suo tutto. Come per uno scrittore i suoi personaggi. Il Pazzo può riscrivere le sue storie e viverle. Partorisce mondi che, in fondo, non vuole gli vengano spenti. Non vuole guarire, non vuole far morire quelle sue vite perché dipendono da lui, che ne è insieme burattinaio e burattino, regista e attore.

Il tutto avviene in una città (quasi calviniana) che è un non luogo (come la mente di un folle), che non ha identità perché potrebbe essere tutte le città e nessuna. Con una struttura coraggiosa, con un pensare niente affatto leggero – che perfettamente si cala nella testa del Pazzo, lasciando al lettore uno straniante senso di claustrofobia – Daniele Germani ci restituisce la musica stonata della follia.

The Book Advisor recensisce “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri”

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È sempre un ‘iniezione di fiducia leggere una così bella e completa recensione.

Qui la recensione originale pubblicata sulla pagina Instagram di The Book Advisor

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#libriletti Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri, di Daniele Germani Edizioni Spartaco

Tre voci narranti ci conducono in un viaggio alla scoperta di quella che, in maniera molto spesso semplicistica, è definita pazzia: un uomo, ossessionato da una nota stonata che risuona in determinati momenti della sua esistenza; una donna che, moglie e madre, ha dovuto rinunciare alla sua passione di suonare il pianoforte per dedicarsi alla famiglia; un pazzo che, dopo essere stato rinchiuso per vent’anni in un manicomio, medita di costruire una bomba per eliminare il padre.
Tre esistenze che devono fare quotidianamente i conti con quei granelli di polvere che gli appesantiscono la mente, che modificano la realtà percepita, alterandola. Granelli che devono essere puliti, spazzati via, ma che rischiano di portare via con sé anche una parte di vita di quelli che sono definiti pazzi.

Un romanzo ambientato agli inizi degli anni ’80, dopo che la Legge Basaglia decretò la chiusura dei manicomi, che riproduce le sofferenze di coloro che venivano etichettati come anormali, non solo perché malati di mente, ma anche se omosessuali o diversi rispetto agli altri, dunque puniti con la reclusione negli Istituti.

Una narrazione caratterizzata da uno stile molto elegante, morbido, in cui si alternano le vicende dei tre protagonisti che si rivelano al lettore mettendo a nudo i loro limiti, le loro difficoltà di cucire il rapporto tra la realtà esterna e quella percepita.

Un romanzo che scorre fluido pagina dopo pagina, ma che a tratti obbliga il lettore a fermarsi per riflettere sulla diversità attraverso una sorta di tour dell’altra realtà in cui, non potendosi calare completamente in prima persona, è quasi costretto a lasciarsi guidare dai protagonisti, ovvero da quei pazzi che, però, si chiedono: “Come fate a essere certi che il reale sia quello che state vivendo voi ora, adesso?”.

 

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“Appunti di una giovane reader” recensisce “COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI”

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Bellissima recensione, sincera e chiara.

Grazie ad Anna di “Appunti di una giovane reader

Qui la recensione originale

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Recensione ‘Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri’ di Daniele Germani

COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI di Daniele Germani │ Editore: Edizioni Spartaco │ Pagine: 183 │ Prezzo: 12,00€

È il 13 maggio del 1978 quando in Italia viene approvata la legge che ha come tema gli Accertamenti e i trattamenti sanitari volontari e obbligatori. La legge, passata alla storia come Legge Basaglia, che prende il suo nome da Franco Basaglia, psichiatra e promotore della riforma psichiatrica italiana, verrà ripresa ed integrata solo pochi mesi dopo con quella che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale.
Di fatto, però, la 180 fu la prima ed unica legge che, da una parte impose la chiusura dei manicomi, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici, dall’altra regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio andando a modernizzare l’impostazione clinica dell’assistenza psichiatrica, con l’intento di rinnovare i rapporti tra società, personale delle strutture e pazienti, riconoscendo pienamente a questi ultimi i diritti spettanti e una vita di qualità.
È prendendo spunto da questo avvenimento storico, che segna un vero e proprio punto di svolta nella lotta all’abolizione degli ospedali psichiatrici, che Germani inizia a tessere le fila di una storia malinconica e dolorosa che accompagnerà il lettore negli anfratti più oscuri della psiche umana, tra sofferenza fisica e mentale, e che lo obbligherà a riflettere sul concetto di normalità e pazzia, andando oltre il significato stereotipato, con il solo intento di coglierne il senso più vero e profondo.
I punti di riferimento per il lettore, le guide che lo accompagneranno in questo percorso di guarigione universale, sono tre personaggi. Tre anime fragili ingabbiate nel vorticoso battere e levare dei propri pensieri, impossibili da sbrogliare, preda del rammarico e di una sorta di estraneazione dalla realtà. Le loro sono tre storie che, capitolo dopo capitolo, sono destinate a correre parallelamente senza incontrarsi mai, fino al punto di rottura definitivo in cui, quel filo sotteso, che pure apparentemente le lega, verrà inesorabilmente reciso.

Loro sono un uomo, una donna e un pazzo. Nella testa del primo risuona l’eco di una nota stonata, zoppa, che proprio non vuole funzionare e rovina l’intera partitura, rendendo muta ogni parola. Un pensiero malforme, un tritono, una brutta dissonanza che confonderebbe anche i musicisti più esperti. Un jazz suonato male, ma talmente male, da diventare quasi logico, quasi buono. Perso nei corridoi bui e tentacolari, annaspando in un’esistenza quadrata, l’uomo, che odia il suo lavoro e non ha mai visto il mare, cerca una risposta al quesito che lo assilla costantemente: come eliminare la polvere e altri brutti pensieri?

Accanto a lui una donna che ha fatto del rimpianto la sua costante di vita. Nonostante il mondo sia in continua evoluzione, lei rimane ferma nella sua staticità di moglie e madre, così distante dallo scenario immaginato e sognato negli anni universitari, durante i pomeriggi di pioggia, mentre le sue mani correvano sui tasti di un pianoforte. Centoquaranta passi a ritmo di dita, un percorso infinito dove avrebbe potuto correre, rallentare e respirare in piena libertà a cui aveva preferito il matrimonio con un uomo silenzioso e taciturno, privo di slanci emozionali e passionali.
Infine c’è un Pazzo che, da circa vent’anni, mormora sottovoce il buio dei propri pensieri popolati da strani granelli di polvere. Sono i compagni di una vita, l’unico contatto con la realtà. Ha viaggiato tanto insieme a loro, pur di rivendicare la propria identità, senza mai perdersi. Preda del pregiudizio e dell’ignoranza di una società di sani che lo ha etichettato come tale, il Pazzo ha imparato a fissare un muro e a viverci dentro. Tra le crepe di quei mattoni e della malta che li tiene insieme, ha imparato a vivere le vite di chi non è mai vissuto per davvero, vite finite, contate, storie a scadenza, segnate da fiumi di domande a cui è difficile trovare delle risposte che siano diverse dalla menzogna.

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri è un romanzo che indirizza il lettore verso una concatenazione di eventi che, ad un certo momento, diventa quasi logica, come se i pezzi del puzzle fossero tutti lì ed andrebbero semplicemente incastrati gli uni con gli altri, salvo poi sovvertire ogni cosa. Un cambio di prospettiva che diventa quasi un volersi prendere gioco del lettore che, spiazzato, dinanzi alla piega presa dagli eventi, non riesce a distinguere la realtà dall’immaginazione.

Il viaggio all’interno di questo romanzo-denuncia è paragonabile ad un terreno scivoloso, un pendio argilloso pronto a franare alla minima folata di vento e capace di travolgere il lettore e quel suo flebile barlume di certezze. Cos’è la pazzia? Chi sono i pazzi? Alla resa dei conti, chi ci dice che siamo noi i sani?
Con una prosa lucida e raffinata, che non smarrisce mai la via, nonostante gli aneddoti toccanti che riguardano la figura del Pazzo, con tutte le descrizioni inerenti l’esistenza condotta nei manicomi e le diverse pratiche di tortura a cui persone, come noi, sono state sottoposte, Germani ci mette a parte di una realtà che, con modalità e in luoghi diversi, è purtroppo ancora attuale. Una realtà nei confronti della quale, molto spesso, si è preferito, in molti casi, volgere le spalle perché si sa se occhio non vede, cuore non duole. 

Un romanzo di nicchia, un romanzo-protesta, un romanzo che sovverte le regole ed invita alla riflessione convinta. Un romanzo che è un’esperienza di vita, o meglio di vite, reali e non, a cui sarebbe necessario prestare la giusta attenzione.

La Lettrice Controcorrente consiglia COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI come libro da regalare a Natale

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In buona compagnia di autori come Paul Broks e Lev Tolstoj, “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” è uno dei 10 libri consigliati da La Lettrice Controcorrente

Qui il link originale

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Come eliminare  la polvere e altri brutti pensieri

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri - Daniele Germani - Edizioni Spartaco

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri di Daniele Germani (Spartaco) è un libro originale. Cosa succede ai pazienti dopo la legge Basaglia? È possibile provare empatia per un malato mentale? (LEGGI qui la mia recensione – ACQUISTA il libro)

INTERNO NOTTE – Comprate pure tutto quello che volete

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Potete comprare tutto quello che volete, se siete magari ricchi, o potete risparmiare per poter  comprare tutto quello che volete, se siete bravi e parsimoniosi.

Ma forse non vi resta altro che sognare di poterlo fare e quindi iniziate a sperare di vincere alla bella lotteria del cazzo, qualsiasi essa sia, per poter comprare tutto quello che volete.

Quante ripetizioni, già, quante e quanto è tutto così ridondante, eh? Eppure siamo sempre tutti pronti a sorbirci sempre le stesse cose e non ce ne crucciamo più di tanto. Sempre lo stesso identico libro, lo stesso cazzo di film ogni anno, la canzone con il solito bellissimo ritornello e no, non parlo del “cazzo di film di natale”, della canzoncina creata ad hoc e del ventiseiesimo romanzo dello stesso scrittore, stessi protagonisti, stessa trama, stesso successo. Io intendo il prodotto buono,  quello originale, che si chiama “d’autore”, sempre lo stesso, sempre che sorprende, sempre che “ohhhh”. Saranno cento anni che ci sbalordiscono ogni volta con il prodotto all’avanguardia, quello che sposta l’asticella dello stupore. Il libro con il titolo che lascia a bocca aperta, il nuovo taglio sulla tela o i soldati che sparano fiori nei loro fucili disegnati sul muro di qualche casa in Inghilterra.

Ogni anno, ogni giorno, ogni prodotto che “è un po’ più meglio dell’altro” ci stupisce, già. Ma cosa dovrebbe stupirci, in verità? Questa si chiama evoluzione derivata dalla noia, mica dalla voglia di creare qualcosa di migliore per chi sta lì ad aspettare.

Il mercato dello stupore quindi (e degli Autori con la A maiuscola, che siano scrittore, cinematografari, pittori o quello che vi pare) risponde al mercato vero e proprio, quello che una volta era baratto, poi quello “tira fuori i soldi e ballo quello che vuoi” e non quello astratto, inconsapevole e benigno che immaginiamo essere quello dell’arte.
Voi credete che io (per “io” leggi qualsiasi autore che crede di aver scritto il capolavoro dell’anno) scriva libri per migliorare il mondo, per rendere le menti più lucide, per tirare fuori chissà quale verità e illuminare chissà qualche anfratto del cazzo?

No, la verità è che i tuoi soldi e i miei soldi si mescolano all’ignoranza di chi crede che la cultura, l’arte, la sovrapposizione dei destini e gli impegni del quinto per le cazzate fatte da altre persone, siano nobili scoregge dell’animo da dover santificare, accudire, sperando che quando l’arcobaleno finsice, lì ci si trovi la salvezza dell’arte e dell’artista. Ma voi ci credete davvero? Alla fine non sono altro che elementi composti dalla stessa identica materia base che implica lo stesso identico procedimento industriale: la noia, la vera regina dello spettacolo, non genera profitti.

Beh, è così.

La prossima volta che andrete a balterare in giro che quel grande scrittore, quel fenomeno di regista o quell’altro genio di cantante ha scritto-cantato-diretto il capolavoro dei capolavori, ricordatelo che l’ha fatto solo per le scimmiette, che queste non si annoino e che gli portino un po’ di soldi.

tutto qui.

10 buoni motivi per non leggere COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI – Giuditta Legge

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A differenza delle altre recensioni,Giuditta Legge propone un punto di vista molto originale per invitare alla lettura, ovvero 10 buoni motivi per NON leggere.

Ecco a voi i 10 buoni motivi per NON leggere “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri”

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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1 Perché la diversità fa paura e ti mette spalle al muro, meglio non pensarci.

2. Perché 180 pagine di polvere e brutti pensieri potrebbero dare una scossa al tuo sistema nervoso.

3. Perché a volte ti fermi, ti assenti, ti distrai, ti incanti su una nota stonata,  e alla fine ti accorgi che quella nota stonata sei tu: un libro che ti dice questo può essere urticante.

4. Perché questa storia profuma di gelsomino e sei troppo assuefatto allo smog.

5. Perché uno dei personaggi è convinto che le Gymnopédies di Satiè siano state create per accompagnare quello che resta del giorno dopo la pioggia, e questo è un pensiero dolcemente malinconico.

6. Perché parla di manicomi, di pazzi e delle nevrosi della vita contemporanea.

7. Perché lo stile di uno scrittore emergente è imprevedibile, richiede concentrazione, è camminare con i piedi nudi su una spiaggia di ciottoli piuttosto che infilarsi nelle pantofole vecchie e comode di qualche autore di bestseller che scrive ormai a memoria.

8. Perché i personaggi non sono tanti però ci sono diversi colpi di scena e questa cosa può infastidire chi pensa che la lettura concili il sonno.

9. Perché il suo primo romanzo è andato bene e all’autore non vuoi dare la soddisfazione di sfondare con il secondo.

10. Perché una volta che hai eliminato tutta la polvere e tutti i tuoi brutti pensieri, poi che cosa ti resta?

Progetto Medea recensisce COME ELIMINARE LA POLVERE E ALTRI BRUTTI PENSIERI

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qui la recensione originale

 

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Grazie a Erika Di Giulio per la bella recensione

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

copertina germani.aiQuesto è un romanzo che non si può raccontare. Lo puoi attraversare, passarci dentro e sentirlo piano, perché fa male. È la storia di una donna, di un uomo e di un pazzo. Senza nome. Il racconto della nostra vergogna e di tutto ciò che abbiamo preferito lasciare sul fondo, scomodo, complicato, eccessivo, emotivamente poco raccomandabile. La nota stonata di una melodia che stride e si incanta sul terreno accidentato di una gigantesca rimozioneE ci sono grida silenziose là sotto, parole di burro, denti stretti, membra offese, bolle di sapone nello stomaco, notti di ferro e acqua nella testa. E un olezzo invadente di morte e dolci ossessioni, portato dai gelsomini.

Il Pazzo è tutti e nessuno, ombra al litio di se stesso e caleidoscopica presenza-assenza, il buio alle otto di sera per vent’anni. A sciogliersi sul fondo di quelle vite che si rincorrono e che da sempre gli appartengono. E gliele vogliono portare via, razza di stolti per davvero. La donna è madre e moglie, in realtà avrebbe voluto solo suonare il pianoforte. L’uomo vive con il vizio di farsi domande, nel desiderio frustrato di comprendere ed essere compreso e nell’attesa biblica di un gesto mai arrivato. Nel frattempo gli si è marcito tutto lo spartito, o poco ci manca.

Germani mette in fila esistenze di reclusione al palo di una routine omicida che ha sterminato velleità, desideri e speranze, generando un mare di rimpianti. Anime sbagliate, sottovoce perché matte, matte perché sottovoce. Vittime sacrificali e catatoniche della società incivile e di un’istituzione totale che li ha condannati all’orrore e alla reclusione fisica, mentale, identitaria. Improvvisamente liberi in nome della legge Basaglia, infine abbandonati al proprio destino e dimenticati. Diversi, soli, malati, impulsivi, fragili, sentimentali, poveri, omosessuali. Non sono mai stati al mare, hanno avuto figli, mogli e mariti. Hanno comprato un’automobile, studiato chimica, progettato ordigni, interrotto gli studi, cucinato una catarsi (im)possibile, ululato alla notte che non ha portato consiglio. Sono morti, in un giorno d’inverno. Succede che quello che c’è dentro, là fuori nessuno lo vuole vedere. Ma chi sono allora i pazzi?

Isolamento, incomunicabilità, mancanza di empatia, alienazione. Ed ecco che il privato diventa sociale, il piccolo grande, il singolare collettivo. Ecco che i piani si confondono, e i volti sfilano e si danno il cambio senza soluzione di continuità e Germani li accompagna con tutto il rispetto, la precisione e la delicatezza di chi si è messo in ascolto e ha braccia grandi. Perché la polvere della follia non te la puoi levare di dosso, resta attaccata come una seconda pelle, tipo quella del cruscotto della macchina o quella invisibile della fabbrica che scarica sulla città, magari mentre dormi, così non te ne rendi conto. E va conservata, resta tutto ciò che hai.

Vorace nei dettagli e fatalmente sinestetico, questo romanzo mette a nudo un tragico turbamento, lavorando con l’accetta al disvelamento inesorabile e profondo di opinioni e codici, articolati in tutta la loro criticità e ridotti all’osso dell’inadeguatezza. Si spinge senza paura negli abissi della luccicanzasolleticando un colpevole imbarazzo, e ci lascia qui, a rifarci il senno, tremanti nelle nostre certezze, a riflettere su tutti quei pregiudizi di sanità e conformità che regolano i meccanismi relazionali, indotti, giudicanti e folli per davvero.

Erika Di Giulio

 

Titolo: Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Autore: Daniele Germani

Casa Editrice: Edizioni Spartaco, 2019

Pagine: 192

Intervista di Gianluca Garrapa a Daniele Germani per ilromanzo.it – Come Eliminare la Polvere e altri Brutti Pensieri

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QUI IL LINK ORIGNALE AL SITO SULROMANZO.IT 

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La follia è una nota fra le altre. “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” di Daniele Germani

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieriil nuovo romanzo di Daniele Germani pubblicato da Spartaco edizioni nel 2019, affronta il tema della legge Basaglia. Ambientato a ridosso degli anni Ottanta, negli anni in cui la legge Basaglia chiude i manicomi (1978), il romanzo intreccia le storie di alcuni personaggi, l’uomo, la donna, il pazzo, il vecchio, il professore, in una composizione ritmica originale e lirica nella descrizione di paesaggi e stati d’animo. Il finale è sorprendente e la tematica psichiatrica è trattata con competenza e senza mai cadere nella retorica.

«Soprattutto aveva una domanda ben chiara: come eliminare la polvere e altri brutti pensieri?» La domanda. La domanda è sempre domanda d’amore e di riconoscimento dell’altro, un demandare, e quel rumore bianco interiore che ci guasta la vita è sempre un mancato riconoscimento altrui, dalla famiglia fino al contorno sociale. Il suo romanzo insiste molto sulla capacità del desiderio di donare la risposta risolutiva, che spesso, come lei denuncia benissimo, è delegata all’unica soluzione sbrigativa, «quella chimica che mi tiene assoggettato alla realtà che mi avete costruito intorno», che annienta il desiderio.Perché ha desiderato scrivere questo romanzo?

Perché ho desiderato scrivere questo romanzo? Questa è la domanda regina, quella a cui nessuno può rispondere in tutta la chiarezza che merita, ma non perché si voglia mentire, bensì perché la verità e la fantasia nelle intenzioni di uno scrittore si confondono sempre, e così si confondono realtà e aspettative. Non posso dare una risposta precisa, ma credo che si inizi a scrivere perché si vuole comunicare qualcosa. Tutti vogliamo comunicare con gli altri e tutti lo facciamo nel miglior modo che riteniamo possibile e accessibile, soprattutto. Gli artisti lo possono fare con l’arte, appunto. Chi sa suonare lo fa con la musica, chi sa dipingere con il disegno e così via. Io so scrivere, almeno a quanto mi hanno detto in molti, e allora uso questo strumento per poter esprimere ciò che sento.

Ma io non voglio spiegare la vita a nessuno, con i miei testi non pretendo di modificare le convinzioni di nessuno. Questo romanzo è stato scritto perché mi piaceva il titolo. Sono partito dal titolo e da lì ci ho costruito sopra la storia per intero. Sembra strano a dirsi, ma è accaduto lo stesso anche con il primo romanzo, Manuale di fisica e buone maniere. Il titolo deve essere la luce che illumina la trama e che devo cercare di scovare tra quelle sette o otto parole che lo compongono.

Ovviamente avevo in testa una certa idea e il titolo stesso è nato dal messaggio che avevo in mente di voler mandare, ovvero parlare degli emarginati, di chi è e sarà sempre ultimo. Nel mio primo, il Manuale, parlo di penultimi, ora mi sembrava giusto parlare di chi non avrà mai la possibilità di guardare alla vita con speranza.

La questione Basaglia poi mi ha sempre interessato Già prima di pensare alla stesura, mi ero molto informato su questo momento storico così importante. Insomma, sono arrivato già preparato al momento in cui mi è venuto in mente quel titolo così particolare e poi ho dovuto soltanto metterci dentro la storia.

«L’odore di gelsomino è forte, prepotente, sembra occupare spazio e quasi come fumo denso invade aria e narici ed entra nei pensieri, li addolcisce, rendendo tutto più morbido, rilassante». Molto interessante è la reiterazione di questo giro di frase: ogni volta e in un senso particolare, ogni personaggio s’imbatte nella simbologia di questo fiore. Il gelsomino, e tutte le leggende di cui è protagonista, può esprimere innocenza, felicità, timidezza ma anche grazia e desiderio. Nel romanzo è un chiave che collega i personaggi, una funzione retorica: personaggi, si scoprirà, molto particolari. Come ha lavorato per renderli credibili e diversificati tra loro?

Il lavoro di diversificazione dei personaggi, almeno nel mio caso, avviene in maniera abbastanza naturale. Mi spiego meglio: quando si scrive ci sono varie tipologie di procedura. A volte è necessario definire i personaggi al meglio e nei dettagli fin dove è possibile, perché magari la trama è flessibile e i protagonisti sono il vero elemento portante della storia. Nel caso invece di Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri, la trama è stata pensata per tentare di veicolare un messaggio ben preciso che volevo comunicare e quindi aveva dei paletti decisamente fermi dai quali non potevo in alcun caso allontanarmi troppo.

Anche i personaggi erano definiti, ma non così tanto e ho potuto quindi giocare un po’ con le loro vite, le loro caratterizzazioni, con le varie storie verticali che ho reso funzionali alla trama stessa e non il contrario. È stato bello vivere con loro. Li ritengo tutti molto interessanti. Il personaggio al quale sono più legato è il medico che si incontra in pronto soccorso. Credo sia l’emblema del romanzo stesso. Un uomo intrappolato dai suoi errori in una stanza e dalle sue errate convinzioni di un mondo che ce l’ha con lui, mentre è esattamente vero il contrario. Purtroppo appare per poche pagine, ma prolungare la sua esistenza non sarebbe stato funzionale alla trama.

«Era un concerto di Georges Cziffra, che eseguiva quella che universalmente era riconosciuta come una delle composizioni più complesse mai scritte per pianoforte, la Toccata Opera 7 di Robert Schumann». Ho pensato di rileggere questo passaggio ascoltando Schumann. Il suo romanzo è costruito alternando le vicende di tre personaggi, l’uomo, la donna, il pazzo, e poi ci sono anche il vecchio e il professore. La musica non è solo presente materialmente, sotto forma di pianoforti o di citazioni musicali, ma anche nella metafora che associa il disagio mentale a una nota stonata. Poi dalla lettura dell’indice si evince una sorta di polifonia che alterna voci differenti in una sorta di fuga. Che rapporto esiste, secondo lei, tra la musica e la sua prosa?

Quella sulla musica è questione alla quale tengo molto. Durante la fase creativa e di composizione del testo, ascolto sempre musica, in particolare suonate di pianoforte. Non riesco a scrivere neanche una parola senza che un pianoforte che mi accompagni. Preferisco in assoluto Einaudi, ma anche altri autori come Satie, Bach, Beethoven etc.

Questo ascolto ininterrotto e senza soluzione di continuità per ore anche della stessa playlist mi porta a “inquinare” la scrittura con le note, le partiture e tutto quello che concerne il pianoforte. Anche nel mio primo romanzo il testo era profondamente influenzato dalla presenza della musica di Einaudi.

Questo sconfinamento ha delle ripercussioni ovvie sulla trama e sui protagonisti. Se non avessi questa necessità, probabilmente lei non si sarebbe mai avvicinata a quel negozio di musica e lui non avrebbe avuto la sua nota stonata. Insomma, è un dare-avere a tutti gli effetti, spero con effetti piacevoli per chi legge.

La follia è una nota fra le altre. “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” di Daniele Germani

«Basaglia ancora non aveva scoperchiato alcun vaso, il tavolo dove tutto era fermo da più di quarant’anni non era ancora stato rovesciato ed ebbe modo di assistere a quello che accadeva lì dentro». La sua scrittura è a tratti onirica, è un linguaggio parlato dal sintomo, dall’inconscio forcluso, ma anche storia di sofferenze e di umanità derelitta, accenti lirici, a volte, paesaggi che dicono la sofferenza. Eppure v’è il discorso preciso sulla legge Basaglia, e sulle meccaniche psichiche e farmacologiche sottese alla cura. Come nasce un romanzo quando deve rispettare la legge della scientificità, della storia e allo stesso tempo della finzione narrativa?

Questa è una domanda eccellente alla quale non credo possa esistere una risposta comune a tutti gli scrittori. Dico questo perché chi scrive di solito non ha alcuna competenza scientifica riguardo l’argomento che tratterà e per questo si affida a esperti del settore che, in prima stesura, controllano la validità e la bontà dello scritto. O è quello che dovrebbe accadere; almeno è questa la mia linea di condotta. Ho sottoposto il mio testo in fase di stesura a due esperti nel settore della chimica e degli esplosivi e a uno psichiatra che, dopo aver letto e consigliatemi le dovute correzioni, hanno dato il via libera al testo.

Quando si scrive una storia dove si sa già che si andrà a invadere campi dove non si ha esperienza, si deve sempre accettare il rischio che la trama non reggerà, che dovrà essere modificata perché magari i personaggi non possono fare quella cosa che porterà a un successivo step della storia, per questo bisogna studiare molto l’argomento prima di affrontarlo e scriverne.

«Siete sempre più soli e sarete sempre più isolati, dietro alle vostre strane tecnologie, alla musica sparata dentro le orecchie, imprigionata nella vostra disattenta concentrazione». Il romanzo racconta anche una società che da un certo punto in poi si è impantanata nell’individualismo più esasperante, vi si oppone la visione di un suo personaggio: «Chi fa arte la fa per tutti». Alla folle velocità dell’iperproduzione materialistica obietta la lentezza dei processi psichici, ancora di più quando vengono sedati, meccanismi soggettivi che cozzano con i tempi strettissimi della produzione commerciale: dunque velocità contro lentezza. La sua letteratura da che parte sta?

Devo dire che i miei personaggi, sia del primo sia di questo secondo romanzo, vivono in altre epoche, prendono treni e non aerei, anche se potrebbero, non usano i forni a microonde perché ne hanno timore, hanno paura della velocità delle automobili e si perdono in lunghe e lente passeggiate in parchi e periferie labirintiche.

I miei personaggi non sono autobiografici nelle azioni che intraprendono, ma lo sono sicuramente nelle loro sfumature, che cerco di rendere indispensabili all’economia della storia stessa.

L’iperproduzione materialistica c’è sempre stata ed è sempre stata rapportata all’epoca di riferimento, ma quando scrivo amo che i miei personaggi respirino, che si sentano liberi e sganciati dalla commercializzazione di qualsiasi oggetto e prodotto, anche fosse artistico, con il quale si trovano a contatto.

Vorrei precisare che questo processo non avviene a tavolino, o almeno non del tutto. Scrivo di alcune tipologie di persone e mi viene abbastanza naturale la loro caratterizzazione come ho scritto poco fa; la mia letteratura quindi sta dalla parte di chi ha un po’ paura di quello che gli può accadere affrontando la tecnologia dell’epoca in cui vive.

«Ricordatevi però che quel Pazzo aveva ragione: io sono Pazzo solo perché siete voi a voler essere sani». Lei è stato in grado di costruire un intreccio con un finale che sorprende, non solo per una questione di stile che garantisce la tenuta della storia, ma proprio per un aspetto filosofico molto indagato dagli scrittori: la differenza tra vero e falso, tra sogno e reale, e in questo caso tra follia e normalità. La grammatica mentale di uno scrittore ha delle differenze sostanziali rispetto a quella di chi non ama né leggere né scrivere?

Io non credo. Cerco di spiegarmi meglio. La grammatica mentale è un aspetto della fantasia che ognuno di noi, chi più e chi meno, possiede. Leggere e scrivere può accentuare o meno e allenare o atrofizzare la capacità di scrivere, ma è una capacità che si ha innata. C’è chi è portato per fare i conti a memoria, chi ha nella manualità la sua naturale predisposizione e via dicendo. Io non ho la benché minima manualità e se devo fare dei lavori in casa, posso allenarmi quanto voglio, ma cambiare una maniglia alla porta o stuccare un muro crepato per me resterà sempre un impegno quasi insormontabile.

Chi invece ha la capacità innata di scrivere, con la lettura e la scrittura può arrivare a perfezionare quest’aspetto, che dovrà essere però accompagnato dal talento. Uno scrittore scrive perché ha talento che con la fantasia crea un connubio perfetto. Quindi, per concludere, non è importante leggere o scrivere per essere uno scrittore, ma bisogna avere le capacità innate. Poi quali sono queste capacità, beh è difficile da stabilire. Chi ha una mente più analitica magari scriverà un thriller, chi invece è più romantico scriverà un romanzo d’amore.

Il leggere o lo scrivere sono l’acqua con la quale si innaffia il seme del talento. Io non so se questo talento sia grande o meno, solo il tempo lo dirà, ma posso dirti che da quando scrivo leggo molto meno e per due motivi. Ho molto poco tempo, tra il lavoro e la famiglia, avendo anche una bambina piccola, e soprattutto perché ho notato che sono troppo influenzato dagli scrittori che amo e questo aspetto credo limiti molto la naturale evoluzione della mia creatività.