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polvere recensione secolo 7 01 2020 CON HEADER

 

Il secondo libro di Daniele Germani, genovese d’adozione

COME (NON) ELIMINARE I BRUTTI PENSIERI.  UN ROMANZO SUI CONFINI DELLA FOLLIA UMANA

È un romanzo, ma sembra un concentrato di sedute dallo psicologo, perché ti costringe a chiederti chi sei e dov’è il confine tra follia e normalità. Dove lo metti tu, dove lo mettono gli altri e se e quanto coincidono. E una risposta già c’è: quasi mai. A essere ottimisti.

Chissà se Daniele Germani, con il suo “Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri” (Spartaco Edizioni, 12 euro, 182 pagine), ha preso in prestito la formula di Nick Hornby di “Come diventare buoni”: un libro che nel titolo ha la parola “Come” fa vendere di più perché la gente ama sentirsi dire come fare una cosa, qualsiasi cosa.

Il controsenso è che Germani ha scritto un romanzo che non ha la struttura classica di un romanzo e non ha nemmeno l’ambizione e la supponenza di dirci come fare qualcosa, qualsiasi cosa. È piuttosto un flusso di domande e pensieri dei protagonisti che ti costringono a fare la stessa cosa, a entrare nel libro, ma ancor più spesso a uscirne, riflettere su quel che si legge e – ancor più strano – quel che non si legge.

Sono i nostri pensieri, le nostre domande. Perché i percorsi dei personaggi principali costringe a fare i conti con se stessi, non fosse altro per come vengono presentati, un uomo, una donna, un Pazzo, con quell’articolo determinativo che lascia tutte le strade aperte. Chi di noi almeno una volta non ha pensato di essere o diventare pazzo?

Un personaggio, il Pazzo, che vive a cavallo della Legge Basaglia, facendoci vedere la vita di un uomo finito dentro un manicomio e poi allo stesso modo risputato fuori, un personaggio che non mette filtri tra sé e il lettore, dandogli del tu e permettendo a Germani di indossare la maschera adatta, che gli permette di dire verità e sgradevolezze che in bocca ad altri personaggi creerebbero un immediato distacco.

Ad esempio: “In vent’anni ne ho conosciuti tanti che erano stati messi dentro da qualcuno della propria famiglia, perché la torta lasciata da spartire sarebbe stata troppo piccola se divisa in troppi”, oppure “Io non so che fine abbiano fatto tutti quelli che sono usciti da lì, so solo che non tutto va sempre come deve andare, che non tutti siamo speciali e che qualcuno deve pur pagare il conto”.

Ci sono poi le fissazioni: una nota stonata, un pugno sul naso, l’odore di gelsomino, una sonata di Schumann. D’altronde chi non ha da qualche parte, in superficie o nel profondo, la sua goccia d’acqua che gli batte nel cranio, che lo tormenta, che lo accompagna? Chi non ce l’ha alzi la mano.

Roberto Scarcella – Il Secolo XIX

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