Tag

, , , , , , , , , , ,

Sono le otto, è già buio. Lo è già da un pezzo. Entra dentro quello spogliatoio pieno di armadietti dove invece c’è una luce bianca, accecante. Qualche decina di watt in più del necessario.

Il suo armadietto si tiene dentro, ben nascosta, la vita fuori da quel posto. Lì dentro ci sono le ore che uno lascia in sospeso nella propria vita, che toglie tempo ai passi che uno vorrebbe camminare su qualche altra strada.

Poi ci pensa su; ‘Ma quali vite?’ si chiede silenziosamente. ‘A tutte le vite che avrei voluto vivere’, borbotta a voce bassa. Grugnisce a quella risposta.

Lo sa che ne ha già vissute tante, forse troppe. Forse dovrebbe stare a casa ad ascoltarsi la partita in santa pace. Stasera c’è il Derby. Roma contro Lazio. Il Derby della Capitale.

L’aria è elettrica‘ e ridacchia tra sé e sé. Ha sempre odiato le frasi fatte, però è vero; a Roma quella partita di pallone, come l’ha sempre chiamata lui una partita di calcio, è sempre stata sentita in maniera speciale. Non è una partita come le altre. Coinvolge tutta la città, coinvolge anche chi di calcio proprio non gliene frega niente e trasforma l’elettricità che c’è nell’aria in tensione, in attesa che non finisce mai.

Lui, vecchia generazione, vecchie mani, vecchia schiena e un viso segnato da qualche solco di troppo come filari di vite ormai rinsecchiti che non daranno più quel buon vino di una volta. Lui ne ha visti tanti di Derby. Ha visto tante partite di pallone, dal vivo, solo dal vivo. Dice che non ne ha mai vista nessuna in televisione: o dal vivo, o alla radio.

Lo sa che non è vero, ma alla sua età qualche bugia se la può anche inventare e può pretendere che tutti gli altri ci credano. Ha un’età che si tiene per se. Ma se deve ancora lavorare è perché è obbligato a farlo, mica perché ha piacere. E non può andare allo stadio perché un biglietto costa troppo, tutto qui.

Guarda il suo armadietto. C’è una sciarpa in lana, grande e grossa, piena di rattoppi. Si toglie la divisa di lavoro, gli vengono i brividi ‘che fa freddo in quello spogliatoio, e si veste dei vestiti della sua vita vera, quella che aveva lasciato in sospeso una decina di ore prima.

Vestiti semplici, un po’ consunti, ma non fa nulla. Sono puliti, quello conta. Non ha voglia e denaro da sprecare per comprarsi un’altra divisa per la vita di tutti i giorni. Gli basta quella che ha.

Si veste. Guarda quella sciarpa.

È la sciarpa della sua vita, con i colori della sua vita. Giallo ocra, rosso pompeiano. Sono questi i colori che l’hanno sempre accompagnato per tutta la sua strada.

Esce, finalmente. C’è una città fuori. No, non è una città. È LA città che lo avvolge. Le otto e mezza. Un quarto d’ora. Si cerca una panchina dove ascoltare la partita in pace. Farà un po’ freddo, ma di tornare a casa proprio non ne ha voglia. Preferisce la solitudine caotica di quelle strade al silenzio ordinato di casa sua.

Alle fine del primo tempo attraverserà la strada e andrà a mangiare qualcosa nella rosticceria di fronte, così magari si scalderà anche un po’, anche se il caldo di ottobre lo consola.

La sua sciarpa è giallorosa ed ha più di cinquant’anni e si vede. È la sua sciarpa invernale, quella che indossa quando arrivano i primi freddi, che la portinaia che lo aiuta nelle faccende di casa, ora che è solo, gliel’ha rattoppata così tante volte ormai che della lana originale c’è rimasto o nulla.

Forse agli anni non sarà sopravvissuto non ci sarà tanto tessuto originale, ma dentro quella sciarpa ci sono tutti i suoi ricordi più belli. Gliela fece sua madre quando era ancora giovane, lavorandola ai ferri, bella pesante, quando entrambi erano giovani, quando andava a vedere le partite allo stadio, quando prima della partita, sulle gradinate dello Stadio Nazionale, si pranzava tutti insieme. Panini con la frittata, un po’ di cicoria. Qualcuno con una salsiccia spaccata a metà. Niente di che. Eppure c’era quel prato fatto di gradoni e cemento armato dove tutti si sentivano a casa, dove ogni domenica la scampagnata era in città, era su quegli spalti.

I colleghi di lavoro gli hanno regalato una radiolina moderna, con le cuffiette. Se le infila, seleziona la frequenza con dita incerte e tremolanti. Trova la frequenza giusta. Le squadre sono in campo.

Si infila i guanti e si sistema bene la sua sciarpa. Inizia la partita.

Si confonde con la città, con la panchina di quel parchetto ben illuminato. Si concentra sulla partita. Qualche azione sotto la curva Sud, altre sotto la curva Nord. Forse non sarà così facile come tutti credono.

È talmente concentrato che non si accorge che qualcuno lo sta chiamando.

Vede due scarpe che si fermano davanti a lui. Crede che sia qualche ladro. Il suo primo pensiero è ‘Ora m’ammazzano’. Alza gli occhi di scatto e sopra quelle scarpe c’è un ragazzino, avrà diciott’anni, forse venti. Le sue labbra si muovono, ma nelle orecchie c’è la partita ed è tutto quello che sente.

Guarda quel ragazzetto che gli fa segno di togliersi l’auricolare. Sembra aggressivo, o forse è solo giovane e tutti i giovani lo sembrano.

Si toglie un’auricolare. ‘Questo m’ammazza perché non ho una lira da dargli’.

Il giovane invece gli sorride.

“Maestro” esordisce il giovane. ‘Forse non vuole ammazzarmi’, pensa. “Maestro, mi perdoni se la disturbo. Ascolta la partita?” chiede il giovane. Lui strizza gli occhi. Non ha capito la domanda. Non capisce dove vuole arrivare. Che gli interessa a lui?

Però gli sorride. Anche il Diavolo sorride, pensa.

“Si, ascolto la partita” risponde.

“Che fa la Roma?” chiede il giovane.

“È iniziata da dieci minuti, ancora zero a zero”.

“Grazie, Maestro. Senta, io non voglio disturbarla, ma sa, torno adesso dal lavoro e sto andando a casa a vederla. Lei sta qui da solo, perché non mi fa compagnia e ce la vediamo insieme?”

‘Ecco’, pensa il vecchio. ‘Questo mi ammazza a casa sua, comodo comodo’.

Lo guarda poco convinto.

“No, Maestro, guardi, ha capito male” . Il giovane capisce l’equivoco e ci ride su, con una risata di quelle belle, fresche, una risata sinceramente sorpresa, ma rispettosa. “Maestro, io esco ora dal lavoro. Devo torna’ a casa vedermi la partita co’ mi’ padre e mi’ fratello che so’ laziali e capisce, so’ in minoranza. Me farebbe piacere almeno esse pari a numero de sciarpette” e gli sorride.

Al vecchio scappa una risatina nervosa. ‘Non ho mai visto un derby con un laziale, forse è meglio che m’ammazzano’. Guarda quel giovane che sta tirando fuori una sciarpetta come la sua, con gli stessi colori. “Vede?” gli dice il giovane mettendosela al collo.

“Mi scusi, ho pensato male” gli dà del lei.

“Ma ci mancherebbe, Maestro”. Gli allunga la mano, si presenta. “Piacere” risponde il vecchio, che si presenta pure lui.

Ma si, al massimo m’ammazzano. Magari è pure meglio’. Si guardano.

“Grazie, ma non vorrei disturbarla”

“Maestro, venga, ce la vediamo al caldo, mangiamo qualcosa, vinciamo e poi a mi’ padre e mi’ fratello li famo sta zitti” gli fa l’occhiolino.

Il vecchio lo guarda. Si alza a fatica dalla panchina. Il giovane non l’aiuta, ma per rispetto. Lui apprezza.

Prende uno di quei telefoni moderni, cincischia con le dita sullo schermo e all’improvviso c’è la partita nell’aria, tra di loro, mentre camminano nella notte romana, quella notte da derby così fredda e anomala.

Ancora zero a zero. Un centinaio di metri e si fermano davanti a un portone. Il giovane citofona. “Ma’, so’ io, apri”. Uno scatto e sono dentro l’androne. Due piani di ascensore e sono sul pianerottolo.

“Venga, venga, Maestro, entri” gli dice mentre si infila nella porta.

Il vecchio non è più sicuro di quello che sta facendo. Sente il giovane che urla dentro casa, mentre è nell’ingresso che si toglie la giacca pesante.

“A papà, ho portato i rinforzi, n’amico che ho incontrato qui sotto, se non te dispiace”.

Qualcuno risponde qualcosa da dentro casa.

“Ma’ prepara un piatto in più che c’avemo ospiti”. Una voce femminile risponde qualcosa.

‘E mica potranno ammazzarmi con una donna in casa’ continua a ripetersi il vecchio.

Il giovane si volta e guarda il vecchio ancora sull’uscio.

“Maestro, entri che entra il freddo, s’accomodi”.

Entra, titubante. Arriva ad accoglierlo una signora sorridente. Lo saluta. No no, nessun disturbo, anzi. Me scusi del disordine. Gli dice cose del genere. Due passi e sono davanti una porta chiusa. C’è un cartello con scritto Sala Fumatori. Il vecchio resta un po’ perplesso. Si apre la porta. Dentro c’è una nuvola di fumo. Capisce il perché di quel cartello.

Entrano in una sala dove due sciarpe bianco azzurre sono appese al collo di quelli che dovrebbero essere il padre e il fratello del giovane.

È imbarazzato, il vecchio. “Papà, ora semo pari, ho portato un amico romanista”.

Il genitore guarda il vecchio, anche lui resta un po’ perplesso. Poi però si alza, gli sorride, un bel sorriso di quelli grandi, caldi, dove gli occhi dicono più delle labbra. stringe la mano, lo stesso fa l’altro figlio.

“Benvenuto, s’accomodi pure” e lo fa accomodare su una poltrona. “Ai convenevoli pensiamo dopo”. Ancora un sorriso, per farlo sentire davvero il benvenuto.

Si siedono e la partita è ancora sullo zero a zero.

Al vecchio non era mai capitata una cosa del genere. Si sente a disagio ancora per qualche minuto, ma la TV passa un’azione pericolosa che cattura la sua attenzione. È quasi gol. Qualche urla, qualche imprecazione.

‘Non me vogliono ammazza’ ‘, se rassicura e si rilassa un po’.

Finisce il primo tempo, qualche chiacchiera formale. Però si capisce che quel vecchio non è un barbone. È un uomo solo. Non se senta in imbarazzo, faccia come se fosse a casa sua, e altre cose così. La madre del giovane porta due pietanze in piatti caldi. Il vecchio ringrazia, ma non deve disturbarsi, davvero.

Ma nessun disturbo. Mangi che il secondo tempo inizia presto e via dicendo.

Il vecchio e il figlio mangiano. Gli altri hanno già fatto prima della partita.

La tensione si scioglie. Inizia il secondo tempo.

‘Ma pensa te’ si dice il vecchio, tra sé e sé. ‘Se la racconto in giro non me crede nessuno’.

Continua la partita, tutti si rivolgono a lui con rispetto ma con affetto. Si rilassa, si sente a casa. Un’altra azione pericolosa, una palla in area, dentro, un colpo di testa e una delle due passa in vantaggio.

Ci sono urla, qualche salto, c’è da sfottere un po’ gli altri. Ma è una famiglia, quella, si sfottono, ma non nessuno se la prende. È il gioco delle parti.

Un altro gol, subito, e un altro ancora, nemmeno il tempo di fermarsi a pensare. Finisce due a uno. Chi ha vinto festeggia. Gli altri due sono silenziosi. Lo sanno che sarà difficile domani, per strada, al lavoro, a scuola. Lo sanno che qualcuno sarà cattivo, pesante, com’è poi la vita reale. Stasera però sono a casa, ci si sfotte, va bene così.

Il vecchio si alza dalla poltrona, un po’ a fatica, ma ce la fa.

“Grazie dell’ospitalità, davvero”. Ringrazia tutti, la madre, il padre e i due fratelli che sono tutti in piedi e lo guardano. Ma si figuri, ha fatto solo che piacere, è il benvenuto quando vuole e tutto il resto.

Al vecchio si inumidiscono un po’ gli occhi. Il giovane gli stringe la mano. “Maestro, grazie della compagnia”.

Lui ringrazia ancora, per la centesima volta e va via di fretta. Ma non perché abbia fretta, ma perché sono anni che non piange più e non vuole farlo davanti a loro.

Quel Derby se lo ricorderà per tutta la vita, per tuta quella che gli rimane da vivere.

Arriva in strada e si sistema bene la sciarpa intorno al collo. Fa qualche passo lento, come tutti i suoi passi, del resto, finché arriva sulla panchina dove si era incontrato con il giovane. Ci si siede un attimo. Non fa poi così freddo, anzi, la notte di quest’inizio d’autunno è quasi piacevole, accarezza l’anima.

Gli va di ascoltare un po’ di dopo partita, mentre ripensa a quello che è successo. Riaccende la radiolina, si mette le cuffiette e cerca una stazione radio. Nelle sue orecchie qualcuno parla di un rigore non dato, un altro di un fuorigioco che non c’era e via dicendo.

Quel tepore dell’ottobrata romana è davvero piacevole e nemmeno si rende conto di essersi assopito. Si risveglia di scatto, con il clacson di un bus di quartiere che gli suona ancora nelle orecchie, più forte della radiocronaca.

La radio parla di auto nuove da comprare, di sconti incredibili da non poter farsi scappare e torna il collegamento. Si è infreddolito parecchio. Sarà pure un autunno caldo, ma a star fermi fa freddo, eccome se lo fa.

Si guarda intorno. Si è addormentato come fanno i vecchi, improvvisamente. Si stropiccia gli occhi. È tutto intero, nessuno lo ha aggredito, ha ancora il portafogli e quel vecchio telefonino che avrà dieci anni di vita.

Guarda la rosticceria dall’altro lato della strada. Gli è venuta fame. Si alza dalla panchina un po’ a fatica. Quella trovata geniale di stare fermo al freddo e all’umido per un’ora la sconta sulle sue articolazioni. Si sgranchisce le gambe e le braccia.

Mangerà qualcosa in rosticceria, qualcosa di economico, e poi se ne andrà a casa.

Attraversa la strada con cautela e si infila al caldo del locale.

Dalla radio intanto arriva una voce familiare di un radiocronista. Racconta quello che è successo, di come sta andando la partita.

Ordina due supplì. C’è qualcosa che gli gira in testa, come fosse un ricordo sfocato che non riesce a fare suo.

“Maestro” gli dice una voce. Lui si gira. Il rosticciere lo guarda. “Le porto qualcosa da bere?”

“Da bere no, grazie”

Si siede ad un tavolino unto e sporco. Gli portano il piatto con i due supplì. Inizia a mangiare, con molta calma. Ha bisogno di riscaldarsi un po’.

Maestro. Erano anni che nessuno lo chiamava più così. Sorride amaramente.

Alza il volume della radiocronaca. Sta iniziando il secondo tempo di una partita che non è come le altre, non lo sarà mai, anche se lui, come tutte le altre volte, l’ascolterà alla radio, solo con le sue cuffiette e i suoi ricordi.

Lui allenta un po’ la sua sciarpa di lana pesante e si dedica ai suoi supplì.

**

Daniele Germani