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di Daniele Germani

      Durante quell’ultimo anno era talmente migliorato da riuscire a chiudere i pacchetti in quindici secondi. Era diventato un gesto meccanico, industriale, un gesto che gli aveva permesso di essere il migliore. Due secondi per prendere il pacchetto con la mano sinistra, farlo scivolare sulla carta, mentre con la mano destra avvolgeva già la parte superiore dell’incarto.

      Altri cinque secondi per la piega superiore e per girare il pacchetto e altri cinque, due e mezzo per lato alto, per la piega conclusiva e mettere il nastro adesivo, già tagliato e pronto sul bordo tavolo. Il pacchetto era fatto. La carta era sempre la stessa, rossa lucida con disegnini di renne e spruzzi di neve e non si riusciva a chiudere sempre al meglio. A volte restavano piccole pieghe, ma era a causa dei fogli due metri per tre che doveva tagliare e ritagliare almeno due volte.

     Lui incartava libri in pacchetti regalo.

     Ne incartava decine, a volte arrivava a centinaia al giorno. Quindici secondo per il pacchetto, un’altra manciata per il fiocco. Sul suo tavolo da lavoro l’ordine regnava sovrano. La polvere la faceva da padrone, in quel posto, ma la sua postazione era pulita, immacolata. Lo aiutava a sentirsi diverso dagli altri, dal loro caos. L’ordine riusciva a farlo lavorare meglio e ad essere il migliore. I libri erano tutti di diverse dimensioni e fatture; copertine rigide, bossure, fascette, centinaia o migliaia di pagine, alcuni erano pregiati e con le copertine in pelle.

      Lui incartava tutto e passava al suo collega, che aveva il compito di smistare secondo l’ordine di servizio. Indirizzi e titoli da accoppiare. Lo riteneva magico. Avrebbe voluto quell’incarico. Il suo pacchetto pronto arrivava al suo vicino, che con stessa rapidità incollava sulla carta lucida un’etichetta con i dati del destinatario e lo faceva scivolare verso una macchina che poi avrebbe letto il codice a barre e smistato il regalo verso i distributori e infine verso i destinatari.

      Un giorno quell’incarico sarebbe stato il suo, ma non prima di altri due anni; non sapeva leggere, aveva cinque anni e a breve avrebbe iniziato le scuole di primo grado. Però ne era certo, una volta compreso cosa ci fosse scritto sulle copertine dei libri che incartava, allora avrebbe potuto accoppiarli agli indirizzi dove spedirli e sarebbe stato promosso. Quello era il suo obiettivo e prima o poi si sarebbe preso quel posto.

      Ma quel Natale ancora no; era troppo presto. Per quel Natale si sarebbe accontentato ancora di incartare libri, in attesa di diventare una macchina più grande.

(Tutti i diritti riservati – Daniele Germani)