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Il 4 dicembre 2008 mio padre venne a trovarmi a Barcellona. Vivevo lì da qualche mese e la mia vita era decisamente cambiata. Non era migliorata, lo capii anni dopo, ma semplicemente cambiata e stavo ancora assaporando tutti i colori e i rumori di un nuovo modo di vivere.

Qualche anno prima avevo vissuto a Londra, solo per qualche mese, prima di tornare in Italia a cercare gloria in mezzo al fumo del cinema e della passione per l’immagine che mi aveva sempre accompagnato sin da bambino. Spoiler: fallii completamente. Ma questa è un’altra storia.

Mio padre conviveva con quella che sarebbe diventata sua moglie da lì a qualche mese. Non aveva intenzione di sposarsi di nuovo, con mia madre era stato un matrimonio complesso, che non ho mai capito sino in fondo, ma si risposò. Il suo nuovo matrimonio era legato a quel 4 dicembre 2008.

Venne a trovarmi da solo. Quando me lo comunicò, qualche settimana prima, mi sembrò molto strano. Lui e la sua futura moglie, infatti, non viaggiavano mai separati. Mio padre non aveva mai lasciato l’Italia fino al compimento dei 50 anni. Io e mia sorella gli regalammo, al compimento del suo mezzo secolo, un viaggio negli Stati Uniti, sua passione da sempre. Da allora non si era più fermato. Australia, Usa due volte, Thailandia e altri pezzi di mondo a portata d’aereo. Uno l’anno, uno ogni estate, mai da solo, sempre con lei.

Quando mi comunicò che sarebbe venuto da solo, un campanello d’allarme risuonò cristallino nella mia mente. E non è un’immagine poetica. Lo sentii davvero. Cercai di non pensarci. Il giorno del suo arrivo si avvicinava sempre di più e io mi agitavo. Stavo raggiungendo uno di quegli equilibri effimeri e disperati che sembrano così perfetti da poter sembrare eterni, animati soltanto dalla voglia di stasi, non certo dai fatti e dalle conseguenze. Che ingenuo.

Quell’equilibrio di cui sopra venne spazzato via definitivamente il giorno del suo arrivo. Lo aspettai alla Stazione di Francia di Barcellona, scese, un sorriso, un abbraccio, mi propose di andare a casa, ma io volevo sapere. Gli dissi di prendere un caffè, insistetti. Aveva capito che era arrivato il momento. Io ero in attesa da settimane, ma anche lui lo era. Avrebbe voluto forse rallentare quel momento, farlo scomparire nei meandri della distrazione, non affrontarlo mai.

Eppure era arrivato il momento. Non ci girò intorno. Ci sedemmo in uno dei bar più squallidi di Barcellona e mi comunicò quello che.

Ero stato sempre un idiota, uno che fino ai 30 anni non aveva combinato molto, ci avevo provato, ma senza successo. Eppure quei mesi a Barcellona mi avevano illuso che fossi diventato più forte, responsabile. Più grande, insomma.

La sua rivelazione mi riportò al campo base. Non seppi cosa fare. Di solito, quando ero in quella situazione di indecisione, chiedevo a lui, o a mia madre. Ma nemmeno lui sapeva cosa fare. Restò qualche giorno. Furono giorni di sospensione. Cercammo di non pensarci, di fare altro, di parlare di Roma e della Roma e di Barcellona. Fu inutile. Furono giorni pieni di imbarazzo, di incomprensione, di inadeguatezza.

Tornò in Italia. L’accompagnai alla fermata del bus che lo avrebbe portato in aeroporto e mi sentii sollevato. Quel sollievo mi accompagnò travestito da senso di colpa per anni. Mio padre aveva un cancro, io non potevo farci nulla, eppure mi sentii carico di responsabilità, più per me stesso che per lui.

Morì un anno e mezzo più tardi. Sei mesi prima della sua morte, anche mia madre aveva deciso di incasinare ancor di più il tutto, morendo di infarto a 57 anni, nel bel mezzo della situazione critica che stava affrontando mio padre. Tempismo perfetto. Grazie, Ma’.

Non mi disse nulla, non mi lasciò consigli, non mi fece favori. All’inizio non capii, mi sembrò egoismo. Poi alla fine capii che era semplicemente un uomo, non un eroe, non un moralista, non un prete. Era stato un uomo che aveva affrontato la fine da solo, accompagnato da tutti, ma in profonda solitudine. E credo che fosse anche incazzato nero.

Il 4 dicembre 2008 la mia pubertà mentale finì per sempre. Avevo 30 anni. Quel giorno finì anche la mia post adolescenza, finì il mio essere un coglione e finirono tante altre cose effimere. Tutto fu scoperchiato, il vaso di Pandora fu aperto, e io restai lì a guardare tutto quello che era venuto alla luce senza però riuscire a capire cosa fosse. Ci misi parecchi anni a farlo. Ora è abbastanza chiaro.

Il 4 dicembre 2008 è un giorno come tanti, come lo è il 18 novembre, come lo sono il 2 maggio, il 29 giugno, il 1 novembre. Sono date, nient’altro che date. O per lo meno, stanno tornando ad esserlo da un po’ e cerco di ripetermelo il più spesso possibile: sono date e i fatti accadono. Niente di più.

Però sono le mie date. E le ricorderò per sempre.