a mio padre – 2012

e mi rendo conto che passano gli anni.

due e mezzo e quasi due. e sembra tutto ancora fermo. e forse lo è.

due anni fa ero lì e ti guardavo dormire. ti sentivo andar via, piano piano, e non riuscivo a comprendere come sessanta anni si potessero consumare in soli due mesi.

ma mi rendevo conto che poi alla fine non erano stati quei due mesi; era la stessa vita che ti aveva consumato, che aveva corroso e minato e alla fine ti stava portando via da me, da tutto quello che eravamo stati, dai nostri rituali, dalle nostre sciarpe, dai nostri colori amati.

non avrei mai più avuto tuoi consigli, mai più, non avrei avuto più i tuoi sorrisi, le tue risa, la tua pasta al forno, le tue immancabili battute.

niente più, niente di tutto ciò.

niente.

e ricordo che in quelle notti mi chiedevo se i tuoi trent’anni fossero stati come i miei, felici, sereni, speranzosi, oppure se pieni di incertezze, di dolore, di odio e di vuoto.

mi chiedevo e mi rispondevo da solo, e anche se avrei forse potuto chiedertelo direttamente, non lo feci mai. avevo paura delle risposte.

chissà se oggi mi diresti ancora di aver coraggio e guardare avanti, come avevi fatto durante i miei primi giorno di londra, quando solo grazie a te riuscii ad andare avanti, non solo a guardarci, e non mollare.

avrei bisogno delle tue parole, delle tue direttive, avrei bisogno di sapere come vedi la mia vita, dove e come cambieresti quello che non va, o se invece sto facendo bene, se invece quello che mi hai dato in trent’anni è servito a fare di me una persona che sa sbagliare, e non persevereare.

ricordo quelle notti, le ricordo. una per una, tutte uguali, ognuna diversa, con qualche ora in più per me, qualche ora in meno per te.

due anni e qualche secondo; è questo il tempo che mi pare passato sin’oggi.