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mi fa male una mano. mi duole. fa male una parte del mio corpo. dolore. lo sento e lo riesco a comprendere. colpisco un angolo di mondo, violentemente, e quindi sanguino, se c’è da andar giu di sangue. facile da comprendere.

e capisco quando ho l’affanno, quando il respiro si mozza e i polmoni si incendiano. vuol dire che non sono in forma, lo comprendo; il grasso, i grassi, saturi, insaturi, fanno male e mi fan venir voglia di dimagrire per essere più bello, più veloce, meno pesante. giuro che lo capisco.

e comprendo anche che devo pagare una tassa. io le pago le tasse e le multe e le imposte e tutto quello che.

giuro, non ho arretrati con nessuno.

ma quello che non comprendo come faccia a far male quello che non riesco a trovare, che è dentro me, che sento, che so che da qualche parte esiste. ci penso, sempre. mi chiedo cosa sia. mi dico, tardoadolescenziale, come ricerca. ma tant’è.

non riesco a capire come mai sia possibile tornare a casa e sentire un vuoto, a tornare indietro con i ricordi a un 18 novembre di qualche anno fa e ogni volta sperare di fermarsi sempre qualche secondo prima che tutto precipiti. oppure al mio due maggio.è quello il giorno in cui tutto si cristallizza e resta lì, buono, placido, inerme.  e non si muove ma che scava e ancora un po’, e scende giù e poi non capisco, lo assicuro, come fa a far male quella che voi chiamate anima, come sia possibile sentirla pesare sempre più, come una coperta bagnata.

giuro che non so come fare a sciogliere tutto, come snodare i miei morti, i miei pensieri, le mie domeniche da dimenticare. non riesco, ci provo ci ho provato ci proverò.

vieni da me e mi porti calore umano. mi abbracci, ti guardo, mi piace che tu sia con me. non vorrei averti mai lontano, vorrei che restassi, fanculo, non prendere quel volo e resta qui con me e sogna. oppure lasciami andare e non giudicarmi su quello che sarà, non pretendere di voler sapere tutto di me, non immaginare nemmeno un momento di poter indovinare quale fiele scorre dove deve.

e via allora, lasciatemi stare, prendetevi la parte migliore di me, quella sana, accontentatevi dei sorrisi e le parole faranno il resto e poi le risate e tutti i miei talenti, qualora ce ne fossero, riempiranno ogni silenzio.

però lasciatemi a marcire nel mio realismo, nel mio essere due in uno. non provate a comprendere quello che non può essere.

il mio stomaco è occupato da gorgoglii, da presentimenti mai avverati, da progetti andati a male, scaduti proprio ieri.

il mio cervello è pesante e malato, le sue amiche elettriche lo vanno a trovare e lasciano sempre traccie.

la mia mano sanguina e fa male.

ed è l’unica cosa che comprendo, in tutto questo.