Introduzione
Degli elementi fisici, entropici e sulla loro interazione con l’uomo



Lei
Era quasi settembre e non riuscivo a comprendere come i pianeti potessero orbitare nel vuoto. Avevo studiato le basi della legge di gravità da poco, durante le vacanze estive, leggendo il sussidiario di mio fratello. Lui era due anni avanti a me e quell’estate, tanto per svago e a perdita di tempo, ma soprattutto per tenermi occupata e lontana dalle sue attività, mi aveva fatto scoprire Newton e le sue intuizioni sulla gravità.
Non riuscivo proprio a comprendere come quella forza tanto intensa e invisibile potesse tenere tutto in ordine, tutto così ben collegato e armonioso. Avevo dieci anni e iniziavo a pormi domande che non sarebbero servite a nulla, se non a generare altre domande.

Mi chiedevo come potessero gli uomini gravitare con la Terra, perché non si staccassero dal suolo una volta in volo e perché non restassero sospesi mentre la Terra girava sotto di essi. Non riuscivo a capire come mai noi, non composti di metallo, venissimo attratti dal magnetismo terrestre. Mi soffermavo infine a pensare a mio padre e mi rendevo conto che anche noi, io, mia madre e mio fratello, orbitavamo tutti intorno a lui. Aprivo la cartina del sistema solare e imma ginavo mio padre come il Sole, al centro della nostra vita e della nostra attenzione, mia madre come Venere, bella e luminosa, e mio fratello come un piccolo satellite in orbita intorno a Venere, sebbene questo pianeta, caso unico nel sistema solare, non abbia in realtà alcun satellite. Io ero Marte, senza dubbio alcuno, e, sebbene fossi una bambina, mi piaceva immaginarmi come il pianeta gemello della Terra.

Erano gli anni Settanta e passavo ore e ore su quei libri di fisica e astronomia, testi elementari, senza comprendere veramente cosa stessi leggendo, ma restando affascinata da quella danza planetaria, inspiegabile, eppure così perfetta. Cercavo di capire le leggi del moto dei corpi, ma, su quei testi così semplici, non avevo modo di approfondire a dovere.

Com’era possibile che anche gli esseri umani si attraessero e respingessero senza mai toccarsi, solo comunicando? Che comunicassero tra loro mediante qualche forza a me ancora ignota? Erano pensieri ingenui che generavano solo ulteriore confusione. Sarebbero dovuti passare ancora cinque anni perché scoprissi la teoria della relatività di Einstein, che parzialmente mi fornì risposta alle domande sul moto dei pianeti, ma non a quelle su movimento e attrazione degli esseri umani.

La mia esistenza, fino a quel momento, era stata una tranquilla e serena orbita intorno a mio padre, accompagnata dall’osservazione costante e curiosa di quell’ubbidiente e pigro moto di rotazione di mia madre e di mio fratello intorno a lui. Aspettavo, quindi, con ansia di scoprire chi potesse essere la mia Terra, in quel mio macchinoso e decisamente innaturale, personalissimo sistema solare, per poter gravitare finalmente insieme, in quella danza così complessa e spaventosa che già sospettavo fossero i rapporti tra gli esseri umani.

Sarebbero serviti più di altri dieci anni prima che ne avessi conferma e allora avrei avuto tutte le risposte ai miei dubbi esistenziali, cioè planetari.

Lui
All’età di nove anni aveva avvelenato e ucciso il suo gatto. Lo aveva ricevuto in regalo per il compleanno, dopo mesi di insistenza e di rifiuti da parte dei suoi genitori. Si era intestardito sulla necessità di avere quel gatto, ma i suoi erano certi che poi avrebbero dovuto badar loro all’animale.

Qualche giorno prima del suo nono compleanno decise di giocarsi l’ultima carta per convincerli: dichiarò uno sciopero della fame. Non aveva mai chiesto ai suoi genitori nulla di particolare, non gli interessavano giocattoli alla moda o viaggi in lontani parchi divertimento. Le sue richieste erano sempre indirizzate verso volumi che trattavano di chimica e fisica, dai più elementari sino ai più complicati.

A nove anni leggeva già i libri di testo che avrebbe ritrovato qualche anno più tardi al liceo. I genitori, di fronte forse al primo capriccio della vita del figlio, si arresero e il gatto arrivò. Le regole furono però subito chiare: qualora, anche per un solo giorno, non si fosse occupato dell’animale, non gli avesse dato da mangiare, non avesse pulito i suoi escrementi e non gli avesse impedito di causare danni in casa, il gatto sarebbe tornato da dove era venuto. Inoltre, qualsiasi oggetto che l’animale avesse rotto sarebbe stato ripagato con detrazioni dalla sua paghetta.

Lui accettò tutto senza batter ciglio. Il gatto entrò nella sua vita e, dopo due giorni, lo avvelenò. A trovare il cadavere fu il fratello, che entrò nella loro camera e vide una scatola al centro della stanza. Dentro c’era il gatto, già rigido, con gli occhi strabuzzanti, in un lago di vomito. L’assassino era in giardino e leggeva un libro di introduzione alla fisica quantistica, argomento che in quegli anni ancora era considerato più affine alla fantascienza che alla scienza stessa.

Alla notizia della morte del gatto non si scompose, nonostante le urla della madre. Si limitò a tornare indietro di qualche pagina e appuntare qualcosa a margine del capitolo che trattava dell’approccio teorico alla fisica dei quanti. Il suo esperimentosul gatto di Schrödinger era stato un fallimento, sotto tutti i punti di vista. “Al primo tentativo il gatto risulta morto. L’esperimento può considerarsi non riuscito”.

Fece appena in tempo a scrivere questa annotazione sul quadernetto rosso che portava sempre con sé che venne travolto da un ceffone, cadendo a terra insieme al suo prezioso libro. Quello schiaffo, che fu il primo e l’ultimo che ricevette in vita sua, definì per sempre i rapporti tra lui e la sua famiglia: praticamente li estinse.

Era sempre stato un ragazzino silenzioso e appartato, che passava le sue giornate a giocare con leggi della fisica, della chimica e dell’astrofisica, con modellini di automobili e di sistemi solari, comunicando con i genitori il minimo indispensabile.

Ma, dopo l’incidente del gatto, diventò un fantasma. Loro si rassegnarono a questa sua indole solitaria e, se lui li considerava presenze biologiche o poco più, il padre, osservando la mappa del sistema solare che aveva appeso lui stesso nella camera dei figli, lo vedeva come Plutone: lontano, irraggiungibile, perso all’estrema periferia del sistema solare della loro famiglia, in cui i pianeti si muovevano ormai quasi solo per forza d’inerzia.

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